Se il virus fosse una persona, lui sarebbe il suo biografo. Però, per raccontarne vita e morte, non usa parole, ma numeri. Marco Pompili, epidemiologo della Regione Marche, ci spiega cosa sta accadendo e verosimilmente cosa accadrà, alla luce dei focolai che stanno insorgendo in regione. "Iniziamo col dire – puntualizza - che io non sono un medico ma un epidemiologo che ragiona guardando i numeri. E i numeri mi dicono questo: dal 19 al 23 luglio la provincia di Pesaro e Urbino aveva una incidenza costante di zero casi. Da 5 giorni in modo continuativo" Cosa è cambiato? "L’insorgenza di focolai di piccola e media grandezza, come Montecopiolo o l’Hotel house di Porto Recanati, porta dietro sé altri casi da monitorare. E’ chiaro che più cerchiamo e più troviamo. Ma questo è proprio il momento in cui bisogna concentrarsi...

Se il virus fosse una persona, lui sarebbe il suo biografo. Però, per raccontarne vita e morte, non usa parole, ma numeri. Marco Pompili, epidemiologo della Regione Marche, ci spiega cosa sta accadendo e verosimilmente cosa accadrà, alla luce dei focolai che stanno insorgendo in regione. "Iniziamo col dire – puntualizza - che io non sono un medico ma un epidemiologo che ragiona guardando i numeri. E i numeri mi dicono questo: dal 19 al 23 luglio la provincia di Pesaro e Urbino aveva una incidenza costante di zero casi. Da 5 giorni in modo continuativo"

Cosa è cambiato?

"L’insorgenza di focolai di piccola e media grandezza, come Montecopiolo o l’Hotel house di Porto Recanati, porta dietro sé altri casi da monitorare. E’ chiaro che più cerchiamo e più troviamo. Ma questo è proprio il momento in cui bisogna concentrarsi sull’individuazione dei cluster, fino ad arrivare allo zero e tornare alla tendenza iniziale".

Qual è l’origine degli attuali focolai nelle Marche?

"Gli eventi sono quattro. Il primo ha a che fare con la matrice estera, ovvero il ritorno di persone che sono state fuori dall’Italia, in zone perlopiù dell’est Europa. I mezzi per viaggiare sono tanti, alcuni sfuggono al nostro controllo, per cui se uno si autodenuncia lo possiamo controllare, altrimenti no".

Le altre matrici?

"La seconda matrice riguarda la fase pre-intervento sanitario. Poi ci sono i focolai e infine la matrice domestica, ovvero un positivo che infetta i famigliari".

E questi eventi come hanno inciso sul nostro territorio?

"Bisogna fare una premessa. Le Marche sin dall’inizio hanno registrato molti casi in rapporto alla popolazione. La prevalenza, cioè il dato sui casi esistenti, è alta. Ma l’incidenza, cioè i casi nuovi, ad eccezione degli ultimi giorni, è bassa. Vuol dire che abbiamo lavorato bene: partivamo da tanti casi e siamo riusciti ad averne meno in tempi inferiori".

E adesso invece?

"Se ci guardiamo attorno vediamo che siamo rimasti fino alla scorsa settimana con 14 casi. Con un rapporto sulla popolazione di 0,92. E’ un buon dato. Consideri che il Veneto aveva 160 casi con un’incidenza del 3,26 e un indice Rt (il numero di contagiati da un soggetto infetto nell’unità di tempo, ndr) pari a 1.6, mentre noi siamo sempre rimasti sotto l’1, a differenza della Lombardia e del Lazio".

Questa la partenza. L’arrivo?

"Io mi aspetto che dopo aver individuato e monitorato i positivi, tracciato i contatti e tamponato tutti, si torni alla normalità. A rischio non siamo, perché ci sono regioni che hanno molti più casi di noi, in proporzione".

Torniamo a Montecopiolo. Possibile che tutto sia partito da una cena? Di cene così, da noi, se ne vedono ogni giorno.

"L’analisi da fare lì è capire se il virus girava da prima. L’Emilia Romagna ha un’incidenza maggiore ed è molto vicina. Difficile imputare tutto a una cena".

Si doveva chiudere Montecopiolo, e poi tamponare tutti?

"Non avrebbe avuto senso. Siamo tra le regioni con l’indice Rt più basso. Sarebbe stato eccessivo. E poi il primo screening su 200 persone ci ha già consentito di isolare i positivi e monitorare i contatti. Le caratteristiche di Montecopiolo ci hanno permesso di scegliere lo screening di massa per ché era più facile da organizzare. Ma non è detto che se c’è un focolaio bisogna fare i tamponi a tutti".

In una città come Pesaro sarebbe impossibile.

"L’aspetto principale è uno: tracciare i contatti e tamponare. Più casi trovo e meglio è, perché così li isolo, metto al sicuro quel contesto. Più casi intercetto più sono contento, al di là del fatto che mi dispiace, ovviamente, sotto altri punti di vista".

Siamo circondati dal virus?

"L’indagine sulla sieroprevalenza ha mostrato che il 2,7% dei marchigiani ha avuto contatti con il virus. Parliamo di circa 40mila persone. Se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che ogni giorno l’incidenza mondiale cresce. Il virus c’è, dire che la pandemia sia finita è folle".

A dicembre cosa succederà?

"Siamo preoccupati per quando arriverà il picco influenzale. Però ci stiamo organizzando: abbiamo fatto una lista di soggetti a rischio, provando a intercettare già da ora i soggetti con una sintomatologia a rischio. Ne abbiamo individuati 160mila".

Benedetta Iacomucci