CARLO RAGGI
Economia

Addio alle torri Hamon, simbolo di un’epoca: perduto un pezzo di memoria

Si salvarono dalla demolizione nel 1999 quando furono lasciate in piedi a testimonianza di un periodo industriale irripetibile, ma ora Eni vuole raderle al suolo. E questa è la loro storia

Le torri Hamon sono il simbolo di un periodo industriale irripetibile

Le torri Hamon sono il simbolo di un periodo industriale irripetibile

Ravenna, 29 marzo 2024 – Via D’Alaggio, la strada per Marina, si snodava fra il pelo dell’acqua del Candiano, da una parte e, nel tratto cittadino, i variegati e intervallati muri a delimitazione degli opifici industrial-portuali, dall’altra. E quando si arrivava all’altezza del cimitero ecco, a destra, un unico lunghissimo muro da cui svettavano alte, imponenti e vicinissime le due torri di raffreddamento della Sarom, con sbuffi di vapor acqueo dal cratere, circondate da altre strutture cilindriche in acciaio: quelle due torri Hamon costituivano allora, siamo negli anni Cinquanta, e lo sono rimaste fino a metà degli anni 80, quando lo stabilimento cessò l’attività di raffinazione, l’emblema di una città che, unitamente allo stabilimento Anic che in quel periodo andava nascendo, stava transitando da un’economia esclusivamente agricola a una economia moderna, con vaste capacità occupazionali, sia pure ignorando, all’epoca, che sarebbe stata portatrice anche di conseguenze nefaste per l’ambiente e la salute.

E quando all’inizio del secolo, il comparto, acquisito dall’Agip nei primi anni ‘80, fu smantellato in quanto era cessata anche la funzione di deposito costiero, le due torri furono lasciate in piedi a testimonianza e memoria di un momento storico-industriale irripetibile e si sono incasellate nello skyline della parte a mare della Darsena come, per la parte a monte, lo è il campanile della basilica di San Giovanni Evangelista. E ora, a 25 anni da quel gennaio del 1999 quando Comune, Agip Petrolio e Protan firmarono l’accordo per la riconversione e la bonifica dell’area della ex raffineria, il destino di quelle torri è segnato dalla loro pericolosità, dalla disgregazione dei materiali accelerata da quasi quarant’anni di mancate manutenzioni, peraltro mai programmate anche perché costosissime.

Allora, peraltro, ancora non si conosceva quale aspetto futuro avrebbe assunto l’area e anche quando anni dopo venne avanzata la proposta (che pareva ben concreta) di trasformarla in polo nautico, della sorte delle torri nulla si decise e solo a livello di dibattito culturale cittadino si erano levate voci di salvaguardia in uno scenario di archeologia industriale. La Sarom, acronimo per società azionaria per la raffinazione degli olii minerali, già nel 1941 aveva chiesto la concessione per la costruzione della raffineria nell’area adiacente all’esistente deposito costiero del Gruppo Italiano Petrolifero.

La guerra bloccò tutto e la concessione, anche per intervento dell’onorevole Benigno Zaccagnini, cui si era rivolto Attilio Monti, l’industriale ravennate artefice dell’investimento, arrivò nel luglio del 1951, quando era stata appena avviata la costruzione dell’impianto. Costruzione cui, su progetti dell’ingegnere Giorgio Kaftal e dell’architetto Melchiorre Bega, parteciparono imprese romagnole e in prima battuta la Cmc alla quale si deve la realizzazione delle torri. Nell’estate del 1952 la raffineria era già in attività; occupava oltre duecento persone, fra operai e tecnici, ed era in grado di immagazzinare 60mila metri cubi di petrolio e di produrre oltre mille tonnellate giornaliere di benzina.

La Sarom non è mai rimasta industria isolata dal contesto sociale cittadino proprio in virtù del fatto che il presidente, Attilio Monti (con interessi anche nell’editoria, in primo luogo con il Resto del Carlino), era ravennate: nei primi anni Sessanta la Sarom sponsorizzò la squadra di calcio, nei primi anni Settanta in occasione della crisi petrolifera, fu in prima fila nella fornitura di cherosene ai ravennati e senza dimenticare interventi ancor più consistenti sul fronte della scuola per l’infanzia. Proprio la crisi petrolifera mondiale degli anni 70 mise in difficoltà la raffineria e alla fine del decennio Monti la vendette all’Agip che nel 1985 si vide costretta a cessare l’attività di raffinazione e a trasformare lo stabilimento in deposito costiero strategico di prodotti petroliferi compreso il Gpl (una complessa operazione conclusa grazie al ‘lodo Ravaglia’, dal nome del sottosegretario repubblicano ravennate che lo delineò).

Nel 1995 Agip trasferì il deposito sulla sponda sinistra del Candiano, verso Porto Corsini e l’area ex Sarom venne abbandonata, smantellata e sottoposta a una prima consistente bonifica. Con le due torri che restarono a stagliarsi contro il cielo, a testimonianza di un fondamentale pezzo di storia della città, un patrimonio che ora rischia di svanire completamente dalle memoria dei cittadini di domani.