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3 mag 2022

Affari della cosca con le discoteche Ieri in aula i due presunti prestanome

I due avrebbero gestito solo formalmente il Los Angeles di Bergonzano per conto invece di Antonio Muto

Il Pubblico Ministero, Beatrice Ronchi
Il Pubblico Ministero, Beatrice Ronchi
Il Pubblico Ministero, Beatrice Ronchi

Proseguono le discussioni delle parti nel processo di ‘ndrangheta ‘Grimilde’ in secondo grado, per i 40 imputati giudicati col rito abbreviato: al vaglio gli illeciti attribuiti ai membri della famiglia Grande Aracri di Brescello e ai loro presunti complici. Ieri sono state affrontate le posizioni di due reggiani. Si tratta di Natascia Zanetti, 45enne di Montecchio, reduce da una condanna di 2 anni e 2 mesi. E Devid Sassi, 40enne di Reggio: per lui erano stati decisi 4 anni e 10 mesi. Entrambi sono difesi dall’avvocato Liborio Cataliotti. Al vaglio anche la posizione collegata del 39enne Giancarlo Pibiri, di San Gavino Monreale (Vs), assistito dall’avvocato Miriam Monni, condannato a 2 anni. Per loro la procuratrice reggente in Appello Lucia Musti ha chiesto la conferma delle condanne. I tre devono rispondere di trasferimento fraudolento di valori con l’aggravante mafiosa, in concorso con Salvatore Grande Aracri, 42enne nipote del boss Nicolino Grande Aracri (condannato a 20 anni in primo grado per mafia), e altri, per l’intestazione della società ‘Monreale srl’, con sede a Reggio e unità nella discoteca ‘Los Angeles’ di Bergonzano (Quattro Castella). La reale titolarità da parte del 42enne e di Antonio Muto (1971), sarebbe stata nascosta per evitare misure di prevenzione patrimoniale. A Zanetti si contesta lo stesso reato per la società ‘Immobiliare San Francisco’, con sede a Reggio. Al vaglio anche i passaggi che hanno riguardato la società ‘C project’, collegata alla discoteca ‘Italghisa’ di Reggio, ricondotta ai Grande Aracri. La difesa ha sostenuto che non siano responsabili perché allora Salvatore Grande Aracri era incensurato e dunque gli altri non potevano attribuirgli intenti criminali e nemmeno immaginare che i suoi beni sarebbero poi stati sequestrati. Sassi deve anche rispondere di un’estorsione con tasso usuraio, insieme al 42enne di Brescello e a Pascal Varano (11 anni e 9 mesi in primo grado), a un uomo che versò 323mila euro sui 400mila richiesti. Cataliotti ha sostenuto che la vittima stessa ha detto che Sassi era presente, ma con atteggiamento tranquillo: una condotta che, per la difesa, non configura il concorso nel reato, per il quale ha chiesto l’assoluzione.

al.cod.

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