Iris Pergetti legge la sua relazione in Senato
Iris Pergetti legge la sua relazione in Senato

Reggio Emilia, 10 novembre 2016 - Una studentessa di Sant’Ilario, Iris Pergetti, 13 anni, 3ª media della scuola familiare Maria Chiara, ha svolto una relazione al convegno tenutosi nei giorni scorsi in senato a Roma sul tema ‘Bullismo e cyberbullismo consapevolezza e difesa’ proposto dal senatore Bartolomeo Pepe, la cui direzione scientifica è stata affidata alla dottoressa Manuela Marchetti. Si è trattato di una giornata di studio volta ad analizzare tutti i principali fenomeni del bullismo. Il contributo di Iris ha avuto per tema ‘Il bullismo visto dai ragazzi’. Presenti anche docenti della scuola Media Familiare Maria Chiara e dell’Istituto Silvio D’Arzo. In questa pagina ampi stralci della relazione di Iris: vale la pena leggere e riflettere.

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BUONGIORNO a tutti. Mi chiamo Iris Pergetti, ho 13 anni e frequento la classe terza della Scuola Media Familiare Maria Chiara di Sant’Ilario d’Enza in provincia di Reggio Emilia. (...) Ho tredici anni e mi ritengo una ragazza fortunata perché i miei genitori si vogliono bene e mi vogliono molto bene, vivo in un tranquillo paese della provincia emiliana, dove quasi tutti ci conosciamo, in una regione abbastanza ricca e operosa, frequento una scuola a carattere familiare ed ho molti amici. Nonostante questo, mi è capitato di vedere casi al limite del bullismo in classe e fuori. Certo non gravi come quelli che vedo alla televisione o dei quali sento parlare ma sufficienti da creare ansia e sofferenza a me o ai miei amici, tanto da lasciare qualche segno. Ciò significa che, anche se la nostra esperienza scolastica è positiva, nemmeno noi siamo immuni da gesti e parole pesanti, o situazioni sleali portatrici di invidia e cattiveria. Quando un ragazzo è bravo a scuola e ama studiare, rispettando le consegne che gli insegnanti chiedono, viene lui stesso preso di mira e fatto sentire inadeguato.

SI PUÒ ESSERE vittime in diverse situazioni: non solo quando si è bravi a scuola, ma quando si è troppo deboli e miti, quando si è troppo robusti fisicamente, quando si è troppo magri, e per ogni altra particolarità, abbigliamento o aspetto che ci differenzia gli uni dagli altri. Si inizia scherzando, in piccoli gruppetti: sono scherzi a volte anche divertenti ma dentro sappiamo benissimo che c’è qualcosa di cattivo. Spesso non abbiamo gli strumenti per saperci difendere, perché mi sono accorta che molti di noi non riescono a comunicare in modo dovuto i problemi della nostra età nemmeno ai genitori, a volte per pudore, vergogna e anche perché spesso li sentiamo distanti, distratti dal loro mondo e dalla loro quotidianità. Quando ci beccano gli adulti, ci nascondiamo dietro la frase “è solo uno scherzo”, ma noi non siamo sinceri e, credo, nemmeno loro ci credono! E a volte lasciano correre. Per di più, Noi viviamo nell’era digitale. Comunichiamo col cellulare, con i tablet, i pc, Whatsapp, Instagram, Facebook, tutte queste sono diventate le nostre piazze, i nostri nuovi luoghi d’incontro. Non dobbiamo più alzare lo sguardo per guardare l’amico negli occhi, quindi diventa più facile parlare senza pesare le parole: mentre scrivi, non percepisci nessuna reazione, nessun sentimento e, inconsciamente pensi che queste parole, anche se fanno male, si possano cancellare con un click senza nessuna conseguenza. Ecco, manca una cosa importante: la relazione, la comunicazione, l’ascolto.

NOI RAGAZZI conosciamo un linguaggio che è quasi esclusivo di noi adolescenti, ma dentro ad esso ci sta tutto il nostro mondo, le nostre gioie, le nostre paure, i nostri progetti e anche i nostri dolori… Io penso che dobbiamo essere aiutati a sviluppare anche tra di noi una comunicazione meno artificiale, riscoprendo il piacere del dialogo e anche della chiacchierata. Vorrei che ci guardassimo di più negli occhi e meno sullo schermo. Abbiamo tanto da dirci anche attraverso i nostri silenzi. (...)

Ed ecco che emerge il grande problema dell’ascolto. Noi giovani a volte non ci sentiamo ascoltati, forse per la fretta, forse per gli impegni che oggigiorno ha ogni famiglia. E così piano piano impariamo anche noi a non ascoltare e quindi a non capire. Mi sono anche chiesta, come mai il mestiere di genitori, in qualche caso, riesca meglio ai nonni! I nonni non usano il pc nelle relazioni, non hanno la mano sempre sul cellulare, hanno forse studiato poco, ma riescono a vedere e capire quello che gli altri non vedono e non capiscono. Non credo solo per esperienza, ma anche perché hanno modi e tempi diversi di relazionare con noi. Qualche volta sono una barba, ma spesso ci beccano. Mi pare che anche i genitori quindi abbiano bisogno di essere aiutati, innanzitutto ad imparare a parlarci, ascoltarci e a guardarci di più! Io sento la differenza tra gli occhi della mamma quando mi scruta o quando mi guarda ma è concentrata su altro. (...)

Il fatto che genitori, professori, educatori dello sport e della parrocchia, i nonni e tutte le figure che ci stanno aiutando a crescere, dialoghino fra loro, ci dà sicurezza e fiducia, soprattutto se ci accorgiamo che discutono, ma si stimano e si aiutano reciprocamente. Oltre ai genitori, anche gli insegnanti avrebbero bisogno di conoscere meglio i nostri problemi. (...)

Nel mio futuro e, sono certa, anche in quello dei miei coetanei, vorrei non sentire più che vi sono ragazzi che soffrono o addirittura muoiono per non sentirsi amati, rispettati o per la solitudine e l’abbandono. Ma ancora di più non vorrei più sentire che vi sono ragazzi che non amano, non rispettano e non comunicano.

Mi piace pensare che in ogni uomo c’è qualcosa di bello e di buono. (...)

Mi hanno insegnato che in ognuno di noi ci sono doti e doni che dobbiamo imparare a scoprire e sviluppare, così come vi sono egoismi e difetti che pure dobbiamo scoprire e dominare. Credo che a voi adulti spetti anche il compito di insegnarci come.

Iris Pergetti