Processo Aemilia, Iaquinta in aula (foto Artioli)
Processo Aemilia, Iaquinta in aula (foto Artioli)

Reggio Emilia, 17 maggio 2017 - Seduto sul banco degli imputati di Aemilia, in prima fila vicino alll’avvocato Carlo Taormina, alla mezza Vincenzo Iaquinta giunge al punto di massima ebollizione. Il campione del mondo ha tenuto botta due ore e mezza, come una partita di calcio coi supplementari. Alle 10 aveva deposto per primo lui al maxiprocesso sulla detenzione illegale d’armi, e subito aveva avuto una crisi di angoscia: il pianto strozzato in gola, «Non ce la faccio più, oggi mi devo sfogare» aveva urlato. Il presidente Caruso gli aveva detto che non era lì per sfogarsi ma per rispondere alle domande, e gli aveva proposto una pausa. Ma Iaquinta si era ripreso, ed era tornato a rispondere, con la stessa veemenza che aveva quando in contropiede andava a far gol, «carro armato» lo chiamavano i tifosi bianconeri.

Ma poi i pm della Direzione distrettuale antimafia hanno fatto il terzo grado al padre Giuseppe sulle sue conoscenze scomode (Nicolino Grande Aracri il boss, Paolini, Diletto, Sarcone) e sulle pesanti dichiarazioni del pentito Giglio, e a quel punto Vincenzo Iaquinta non ha più retto la tensione. All’improvviso si è alzato d’impeto e urlando «Non vogliono capire, non vogliono capire. Basta» ha mollato tutto e ha guadagnato a grandi falcate l’uscita, mentre la corte, sorpresa, verbalizzava l’abbandono dell’aula. Porta sbattuta con fragore, imbarazzo. Sbollita la rabbia, l’ex calciatore della Nazionale oggi 37enne nato a Cutro e cresciuto a Reggiolo è rientrato nell’aula bunker cinque minuti dopo.

All'inizio del suo interrogatorio, Iaquinta junior ha raccontato di avere acquistato due pistole, una 357 Magnum Smith & Weson (letterale) nel dicembre 2006 e una Kentucky nel 2008. «Sono una persona famosa - ha detto - lo la pistola l’ho presa più che altro per il futuro, per quando avrei smesso di giocare. Mi piaceva andare al poligono quanto tornavo a casa»: lo stesso poligono di tiro - destino - che si trova dietro palazzo di giustizia. Il padre Giuseppe aveva il porto d’armi da trent’anni. Così, quando con moglie e figli lui si è ritrovato ad abitare provvisoriamente in una casa a Montecavolo in attesa di trasferirsi a Quattro Castella dove era in corso la costruzione della sua villa, l’allora cannoniere dell’Udinese e poi della Juventus ha dato le armi al padre perchè le custodisse. «Io non ho mai girato armato» ha detto. Il padre aveva poi spostato le pistole dalla cassaforte a una botola sotto il tetto, e tutti se n’erano dimenticati perchè nel frattempo erano sorti problemi di salute in famiglia. Quando nel gennaio 2015 ci fu il primo blitz dei carabinieri a casa Iaquinta senior a Reggiolo, le armi non furono prelevate. Tre giorni dopo, a un nuovo blitz, fu lo stesso Vincenzo, accorso da Quattro Castella, ad avvertirli delle pistole, «perchè sono onesto» ha alzato la voce. E sulla mancata trascrizione dello spostamento delle armi, ha aggiunto: «Qua alzo le mani, sono stato ingenuo purtroppo, e lo è stato anche mio padre. Mi prendo la responsabilità».

Ma ecco sorgere i problemi, un monito alla prudenza e all’attenzione - è venuto da questa udienza su un argomento molto di moda - per chi progetta di armarsi per difendersi dai ladri. Subito si scoprì che faceva tutto il papà, con una procura firmata da lui. Ogni anno c’è il rinnovo. Il figlio andava dal dottore per il certificato, il padre in prefettura (firmando col nome del figlio, si è appreso dopo in aula). «Io e mio padre siamo una persona unica» ha spiegato Vincenzo per giustificare la situazione. E il pm Mescolini: «Questo lo avevamo sospettato». 

La seconda parte dell’interrogatorio, invece, è stata dedicata a Vincenzo (lui non è mai stato indagato) per la vicenda della foto col telefonino che sarebbe stata scattata dalla consulente fiscale bolognese Roberta Tattini (condannata a 8 anni e 8 mesi in abbreviato, in primo grado, «io non l’ho mai conosciuta, mai, assolutamente»), loro due insieme in un bar a Reggiolo. Ribadendo quanto già affermato a Bologna, Iaquinta junior ha detto: «Per me è un fotomontaggio, una foto falsa» e ha spiegato che le ciabatte infradito della foto lui le aveva comprate tre anni dopo quella immagine studiata con attenzione dall’accusa. «A me viene il nervoso - si è scaldato di nuovo - Ma ho bisogno della ’ndrangheta? Tre milioni di euro all’anno, guadagnavo. Avevo bisogno della ‘ndrangheta?». E a riprova ha ricordato che c’è uno scontrino a provare l’acquisto in un negozio di Milano: «Presi due paia di ciabatte Dsquared2, uno bianco l’altro militare, e dei vestiti. Spendendo 5.400 euro e rotti».