Elio Germano intervistato dalla collaboratrice del Carlino Lara Maria Ferrari
Elio Germano intervistato dalla collaboratrice del Carlino Lara Maria Ferrari

«LE ESPERIENZE per un attore sono solo pericolose». Lo dice in sordina, proprio com’è arrivato, spingendo indietro la sedia con le mani intrecciate sulla nuca. Elio Germano sa quel che dice, ma noi lo guardiamo con stupore. Durante l’intervista si rilassa e non resiste al richiamo dei mignon di una pasticceria reggiana. L’attore romano vanta un carnet di ruoli cinematografici impressionante, non tanto per il numero ma per l’intensità straordinaria che ci mette, da ‘Il giovane favoloso’ in cui è Leopardi al maître di ‘Alaska’ fino al disperato ‘La nostra vita’. Venerdì era al cinema Olimpia per presentare il nuovo ‘Troppa grazia’ di Gianni Zanasi (Pupkin productions/BIM distribuzione) in cui recita accanto ad Alba Rohrwacher, e lo aspettavano tutti. I primi spettatori sono arrivati alle 19, ma la sala avrebbe aperto solo alle 20.30, perciò lo spazio è andato sold out. Nel film vincitore del premio Europa a Cannes Elio è Arturo, il compagno che non lascia mai del tutto Lucia.

Quindi, oggi, che cosa manca a questo attore?

«Tutto. Il lavoro migliore che uno può fare è ricominciare su ogni film come se non fosse marcato dai precedenti. È il nostro corpo, fare l’attore vuol dire cercare di mettere in piedi l’illusione di una vita per far raccontare una storia. L’essere riconoscibile può diventare un rumore, una cosa inquinante, che distrae. L’essere già riconosciuti è il caso dell’illusionista che ha più occhi addosso sulle sue mani e quindi deve trovare altre strade».

Elio, nel film accade un evento straordinario. Se capitasse a lei quello che capita a Lucia?

«Ah non lo so, appunto perché sconvolgerebbe la mia vita. Noi attori abbiamo a che fare con gli spiriti, i fantasmi, con la rievocazione e lo sconfinamento nel soprannaturale. Parliamo con persone che non esistono. Tante volte facciamo primi piani rivolgendoci a uno spazio vuoto (ride)».

Chi è Arturo?

«Sono l’ex storico, che pur non essendo il padre della figlia di Lucia, l’ha cresciuta e ha caratterizzato tanto quel piccolo nucleo famigliare. Servo a raccontare quel contesto rotto, ovvero una delle altre fragilità di Lucia. È uno che non si fa sconvolgere da niente, non crede all’apparizione della Madonna ma combatte contro la sua normalità. L’approccio narrativo è più che realistico. È il mondo che hanno intorno che ne fa dei personaggi assurdi, non siamo noi a essere grotteschi».

In che modo potrebbero capirsi quei due, evitando di combattersi?

«Non lo so. Qualsiasi relazione oggi è messa in crisi dagli interessi personali, cioè il più grande nemico della collettività. Spesso il mantenimento di una relazione oggi è più utilitaristico, legato all’affermazione della posizione sociale, che dettato da reale affettività».

Il regista parla di «mistero immobile e potente da una parte, e il giorno per giorno friabile e confuso dall’altra», riferendosi alla dialettica del film. Che cosa ha voluto da lei, Zanasi? Oppure l’ha lasciato libero di trovare da solo il personaggio?

«Abbiamo fatto tantissimi ragionamenti, divertendoci molto. C’era quel tipo di approccio di una volta, il piacere di vedersi e immaginare il film. Con un tipo di libertà garantito dalla produttrice di casa, di famiglia. Modalità molto rara nel cinema di adesso. Gianni è riuscito a rendere tutto, la parte concreta e l’altra dimensione che se ne stacca completamente, in una maniera molto naturalistica, con la Madonna che non viene rappresentata con fasci di luce, ma come una persona che sta là, senza effettistica. L’interessante è proprio sui risvolti psicologici. È una figura all’interno di Lucia, nei suoi pensieri».

Oggi, nella vita delle persone dannatamente nevrotica, c’è posto per il Sacro? E soprattutto, si riesce ancora a rimanere innocenti, la condizione per essere stupiti, davvero, da qualcosa di inedito?

«Se si pensa alla storia dell’essere umano, al di là della questione mistica, questo è il primo momento nella storia dell’umanità in cui l’uomo ha deciso di essere così razionale al mondo. Vuoi perché viviamo negli appartamenti, in un perenne stato di acceso/spento, e non ci confrontiamo con la natura, mentre chi ancora vive in una montagna si sente all’interno di un mistero. È sicuro che questo confronto con un altro mondo ci faccia bene. Anche i nostri genitori vivevano in un mondo rurale dell’Italia contadina pieno di folletti, streghe, fate, c’era il malocchio, i numeri che ti davano da giocare. Il magico, insomma, che però noi non frequentiamo più. Questo fa molto male all’immaginazione ed è un approccio che non corrisponde alla vita di tutti i giorni, dove al contrario noi sogniamo continuamente ciò che vorremmo. Ignorare i nostri desideri per troppo tempo non fa bene. Ecco perché uno poi si innamora di situazioni anche pericolosissime, come le sette, Scientology… Oggi c’è un grande desiderio di cercare il soprannaturale, di scoprire le filosofie orientali. Nella crisi di valori grossa a cui ci ha condotti il momento storico precedente, si cercano altre verità, quindi siamo proprio qui, a parlare di questo».

Sarà Antonio Ligabue in ‘Volevo nascondermi’ di Giorgio Diritti. Quando uscirà in Italia? E chi lo sa?

«Adesso stiamo girando la parte invernale nei vostri territori, dopo il primo impegno l’estate scorsa. Ai primi di dicembre dovremmo aver finito. Se penso a Flavio Bucci? No, esiste già quell’interpretazione».

Di solito si chiede alla vecchia guardia che cos’ha da trasmettere ai giovani. Invece voi che cosa potete insegnare alle vecchie generazioni?

«Ci sono tanti giovani attori molto motivati, con tanta nuova energia. In questo Paese le realtà emergenti sono moltissime e pochissime le possibilità. Vedo situazioni che cercano di replicare tanti meccanismi del passato, invece di dare nuove chance a chi sta nascendo».