IL 2020 È STATO L’ANNO della pandemia, ma chi pensava che il 2021 sarebbe partito con una marcia diversa è rimasto deluso. I margini per ripartire ci sono, ma è necessario agire in fretta. I numeri, certificati dalla 20esima edizione del Rapporto della Fondazione Nord Est dedicato alla ‘Ripartenza’, evidenziano le pesanti ricadute economiche che la pandemia ha avuto sul sistema Italia: il Pil nazionale è crollato del 9,1% mentre le esportazioni nel 2020 sono calate addirittura del 16%, in questo senso le Regioni che più hanno contribuito al calo sono Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia. Entro il 2021, se tutto va bene, si prevede di recuperare circa il 4,2% del Pil, meno della metà di quanto perso nel 2020. Per quanto riguarda il Nord Est, il centro studi Prometeia stima che il calo subito nel 2020 sia pari a -9,3%, con un recupero solo parziale nel 2021 (5,6%),...

IL 2020 È STATO L’ANNO della pandemia, ma chi pensava che il 2021 sarebbe partito con una marcia diversa è rimasto deluso. I margini per ripartire ci sono, ma è necessario agire in fretta. I numeri, certificati dalla 20esima edizione del Rapporto della Fondazione Nord Est dedicato alla ‘Ripartenza’, evidenziano le pesanti ricadute economiche che la pandemia ha avuto sul sistema Italia: il Pil nazionale è crollato del 9,1% mentre le esportazioni nel 2020 sono calate addirittura del 16%, in questo senso le Regioni che più hanno contribuito al calo sono Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia. Entro il 2021, se tutto va bene, si prevede di recuperare circa il 4,2% del Pil, meno della metà di quanto perso nel 2020. Per quanto riguarda il Nord Est, il centro studi Prometeia stima che il calo subito nel 2020 sia pari a -9,3%, con un recupero solo parziale nel 2021 (5,6%), mentre il 70% degli imprenditori del Nordest si attendono che il recupero dei valori pre-crisi sarà possibile solo nel 2022.

La crisi ha colpito sia le imprese manifatturiere che quelle dei servizi, cioè quelle che più hanno dovuto limitare la propria attività per via delle restrizioni imposte per contenere i contagi. È il caso del turismo che ha sempre potuto contare su una forte presenza di arrivi internazionali, ma che in quest’anno sono fortemente diminuiti con un -57% a livello nazionale. A livello dell’area del Nord Est il calo degli arrivi complessivi nel periodo gennaio-ottobre è stato stimato pari a -49% rispetto allo stesso periodo del 2019. Per i prossimi mesi che vedono confermato un ulteriore calo degli arrivi internazionali, che gli esperti stimano ritorneranno ai livelli pre-crisi non prima di 2-4 anni, si prevede che il Nord Est subirà impatti più pesanti rispetto alle Regioni del Sud. "Pochi ricordano che sono quasi 30 anni che l’Italia non cresce, per il futuro dobbiamo pensare che le tecnologie non sono solo quelle su cui abbiamo lavorato in questi anni trascurando la salute e il benessere", commenta Giuseppe Bono, ad di Fincantieri e presidente della Fondazione Nord Est. Secondo Bono la crisi sarà lunga e per la ripartenza si dovrà mobilitare tutto il Paese: "I soldi ci sono, ma mancano le risorse umane per affrontare la crescita", osserva. È preoccupato soprattutto per il settore industriale: "Dopo la pandemia non ci saranno più le condizioni di prima, dobbiamo immaginare da subito quali settori avranno la capacità di andare veloci e quali andranno ristrutturati o riconvertiti".

Guardando al bicchiere mezzo pieno, gli imprenditori del Nord Est si attendono l’emergere nei prossimi mesi di nuovi ambiti di crescita dell’occupazione: sanità, farmaceutico, logistica, digitale, alimentare. In ognuno di questi ambiti saranno più importanti le competenze digitali (per il 30% degli intervistati), accanto ad alcune competenze trasversali, come saper gestire situazioni e problemi imprevisti (43,7%), farsi carico di attività nuove e sfidanti (43,7%), l’autonomia (40,9%). Quello che nel frattempo si osserverà all’interno delle aziende in senso generale, e che già appartiene a uno scenario diffuso, è una metamorfosi nei modelli della produzione e del lavoro. Le difficoltà di approvvigionamento di materie prime e componenti normalmente acquistati in mercati lontani ha indotto i player industriali ad accorciare la catena della fornitura e, in molti casi, a far rientrare le lavorazioni sotto i propri capannoni.

Rispetto alla gestione dei collaboratori, il lavoro da remoto ha aperto orizzonti inesplorati. Fino ad oggi, è lo schema tracciato dalla ricercatrice Silvia Oliva, "le imprese erano abituate al controllo degli addetti in presenza fisica ma ora abbiamo potuto verificare che il modello si è spostato dalla sorveglianza diretta alla concessione di fiducia su obiettivi da conseguire, fiducia che normalmente non è stata affatto tradita. Questo richiede una nuova cultura manageriale, la ricerca di nuove competenze nei collaboratori, come la capacità di farsi carico di nuove sfide, e abilità digitali che possono agevolare l’ingresso dei giovani ma che richiedono al mondo della formazione di attivarsi adeguatamente". Naturalmente servono grandi investimenti. C’è molta enfasi sui 209 miliardi del Recovery Fund, ma l’impressione a Nord Est è che ci sia bisogno di parlare di problemi strutturali preesistenti e di ragionare su orizzonti temporali più lunghi.