Bologna, 4 gennaio 2017 - Immaginiamo il dispiacere, l’invidia profonda. Ma come, Felice Maniero, boss della Mala del Brenta, ha pubblicato un libro autobiografico, e così hanno fatto anche Antonio Mancini della banda della Magliana, il figlio di Totò Riina, i terroristi Tuti e Franceschini... Soldi e fama per tutti, pace eterna per le vittime e i loro familiari.

E invece pare che l’autobiografia di Fabio Savi, il carnefice della Uno Bianca, non abbia (ancora?) trovato un editore. Forse perché è scritta con piedi di taglia grossa, forse perché autoassolutoria, forse perché in realtà Savi non ha nulla da dire e il suo ‘personaggio’ non ha nulla di affascinante.

Il Male attrae, d’accordo, ma non basta essersi consegnati al Male per esercitare una qualche forma di seduzione. Sapere che Fabio Savi dopo la pistola ha impugnato la penna non suscita curiosità. Semmai repulsione. 
Sapere che come titolo ha ipotizzato un epico ‘Ancora vivo’, scatena reazioni molto umane ma assai poco cristiane. Tipo: peccato.