Bologna, 31 marzo 2017 - Sono arrivati a metà mattina. Niente divise. Accompagnati dalle assistenti sociali del Comune, i carabinieri hanno fatto uscire dalla classe Fatima per portarla al sicuro. Fatima, un nome di fantasia per una storia reale: una quattordicenne che ha detto no alla madre, alla famiglia. Niente velo e per questo è stata rasata a zero. E lei quando l’altra mattina è andata a scuola, si vergognava di quello che le era accaduto. Il capo è rimasto coperto. Non si è tolta il foulard come faceva di solito. I compagni, ma prima ancora l’insegnante, hanno capito subito che qualcosa non andava. E la classe si è stretta attorno a Fatima e lo sfogo tra le lacrime ha interrotto quella lezione di vita.

Il capo scoperto, il suo; il capo coperto dei compagni. “Siamo con te”. Ragazzini e ragazzine cresciuti di colpo che hanno espresso la loro solidarietà, coprendosi la testa con quello che avevano: sciarpe, cappucci della felpa. E così sono rimasti, continuando a parlare quella strana lingua di vicinanza che solleticava la curiosità dei ragazzini delle altre classi. E che si aggiravano per la scuola chiedendo cosa fosse successo: la notizia ha cominciato a circolare.

L’insegnante che avvisa la preside, che non perde un secondo. Alza il telefono e chiama tutti quelli che potevano aiutare Fatima. Andava protetta. Un pensiero che ha arrovellato tutti in quella scuola. La campanella e tutti a casa. Anche Fatima. Ieri l’intervento dei Carabinieri. Fatima e le sue sorelle sono al sicuro. La classe di Fatima ‘tiene’; i compagni reagiscono.

“Il comportamento della scuola è stato esemplare, si sono fatti carico tempestivamente e correttamente della vicenda, che è dolorosa”. Per tutta la giornata, il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Stefano Versari, tace. In contatto con la scuola, monitora a distanza quanto sta accadendo a Fatima. Solo a tarda sera rilascia una breve dichiarazione dove, da un lato, sostiene l’intervento della preside che, appena venuta a conoscenza dei fatti, è corsa a sporgere denuncia.

Dall’altro, Stefano Versari ricorda come “l’incontro fra culture sia arricchente, ma non sia astrazione. Al punto che può mettere in discussione convincimenti radicati. Per questo può anche essere doloroso: tocca la carne delle persone”.