Bologna, 26 maggio 2015 - Quando fondarono la Eurek nel 1990, insieme con altri due soci, Barbara Zaccherini (video) e Monica Giorgi avevano rispettivamente 22 e 21 anni. Il termine startup, all’epoca, praticamente non esisteva. Le due lavoravano fin da giovanissime per la Eptar, un’azienda che si occupava di progettare interfacce digitali per macchine ed elettrodomestici. L’avventura fu metter su una struttura autonoma che producesse i dispositivi che l’Eptar progettava.

Zaccherini, oggi la Eptar è vostra.

«L’azienda andò in crisi nel 2005 e per noi fu un duro colpo. Intanto perché possedeva il 30% della nostra proprietà, poi perché, nonostante i nostri sforzi per allargare il mercato, praticamente lavoravamo solo per loro».

Cosa avete fatto?

«Abbiamo capito che, se non ci fossimo sganciate, la crisi della casa madre avrebbe colpito anche noi. Così abbiamo rivisto le strategie e iniziato a lavorare notte e giorno per trovare altro».

Detta così, suona facile...

«Beh, non tanto. Si metta nei panni di una ragazza che inizia ad andare in giro per le aziende per presentare i prodotti della propria impresa appena nata, avendo a che fare quasi sempre con uomini, specialisti del settore».

Come si fa?

«Si impara».

Due anni dopo la Eptar va in crisi.

«E noi, nello stesso tempo, siamo riusciti ad aumentare il fatturato del 60%, smarcandoci dalle sorti dell’azienda per la quale eravamo nati. Anzi, abbiamo capito che il passo successivo sarebbe stato chiudere nuovamente il cerchio, rimettendo insieme progettazione e produzione».

Come ci si sente ad acquisire la propria casa madre?

«Non è stato così facile: prima di tutto abbiamo dovuto crescere e rafforzarci per entrare in possesso del 30% che la Eptar possedeva della nostra società. Quindi abbiamo affittato e poi inglobato il ramo d’azienda. E oggi siamo qui».

Come racconterebbe il suo lavoro?

«Ci sono macchine perfette e all’avanguardia. Ma se non è facile usarle è come se non funzionassero».

Voi cosa fate?

«Realizziamo interfacce grafiche, touch screen, che permettono all’utente di dialogare al meglio con la macchina».

Ci faccia un esempio.

«Lei cosa fa per acquistare un biglietto alle biglietterie automatiche della stazione o prelevare al bancomat?»

Premo dei tasti su uno schermo, per dire alla macchina ciò che voglio.

«Ecco, noi facciamo quegli schermi. E li adattiamo ai sistemi automatici, industriali, biomedicali, ma anche macchine per il caffè, caldaie, elettrodomestici, sistemi di controllo. Dove c’è un’interazione tra macchina e uomo, noi ci siamo, con l’intento di migliorare quell’interazione. Oggi è scontato: pensi all’evoluzione che hanno fatto i cellulari con il touch screen. Ma quando abbiamo iniziato noi, il difficile era spiegare alle persone che, grazie alla nostra soluzione, gli operatori avrebbero evitato manuali d’uso, corsi di formazione... Niente più leve, tasti e comandi da ricordare: sarebbe bastato premere il dito su un’immagine grafica per ottenere quel risultato...».