Ferrara, 3 novembre 2017 - Alessandro Colombani, ancora una volta a tu per tu con i suoi aguzzini. «Sono qui per me, per mia madre e per le altre vittime della banda. E ci sarò anche il prossimo 13 dicembre quando inizierà il processo a carico del terzo uomo».

Il terzo uomo della banda è Norbert Feher. E la sera dell’aggressione a lei, a Villanova di Denore, secondo le indagini c’era anche Igor il Russo (Feher).

«L’ho scoperto solo dopo. Credo fosse di Feher la voce che mi chiese, quando ero già legato, tumefatto e bendato, quanti soldi avessi».

Come fa ad esserne certo?

«Quella notte c’erano Ivan Pajdek, Patrik Ruszo e Norbert Feher. Ruszo non parla italiano. Pajdek non ha quella stessa voce».

La saprebbe riconoscere quella voce?

«Sì, tra mille. Ero in un lago di sangue. Steso a terra e bendato. Non sapevo se sarei sopravvissuto e sentivo quella voce che mi chiedeva se avessi solo quei 70 euro e il bancomat».

L’idea che uno dei killer della banda sia ancora libero che sensazione produce?

«Di paura, anche se dopo questa sentenza mi ritengo, da cittadino, rispettato e protetto».

Che forma ha questa paura?

«Ha la forma del ricordo. Di quando venni aggredito alle spalle. Dei calci e dei pugni. Della paura che avevo per mia madre, in casa da sola. Già ammalata».

La banda che ha seminato morti e rapine aveva un metodo ben preciso e, soprattutto, ha toccato l’abisso con Pierluigi Tartari, il pensionato di Aguscello rapinato, ucciso poi abbandonato in un vecchio casolare.

«Ci penso spesso. Il punto è emerso anche durante il processo. C’è una domanda che resta ancora in sospeso».

Quale?

«Perché a me non hanno fatto fare la stessa fine del povero Tartari?».

Che idea si è fatto?

«Non lo so. Non lo posso sapere».

Ieri mattina ha fissato Pajdek e Ruszo negli occhi?

«Pajdek mi ha anche rivolto la parola».

Cosa le ha detto?

«Durante una fase del processo mi ha indicato e ha detto: ‘Quel signore lì...’».

Per spiegare cosa?

«Per spiegare che la dritta per casa mia era buona. Sulla pista li aveva messi un uomo, già noto alle cronache giudiziarie della provincia, di loro conoscenza».

Anche di Igor il russo?

«Immagino di sì».

Giustizia è fatta?

«Mia madre non tornerà più. Il risarcimento danni non credo sia solvibile ma, come pena comminata, mi sento un cittadino che ha avuto giustizia».

Mattia Sansavini