Macerata, 20 marzo 2017 - «Io ho paura, per quello che può fare mio figlio e per quello che può capitargli, e per l’altro mio figlio, che ha solo tre anni. Ho chiesto aiuto a tutti, ma non so più davvero cosa fare». Fatica a trattenere le lacrime una mamma, alle prese con un figlio cresciuto sfuggendo alle regole, senza lavoro e già arrestato per una rapina, «ma non posso credere che a 22 anni sia già irrecuperabile».

La donna lavora da anni a Macerata, si mantiene facendo la badante, ha un compagno con cui ha avuto un bambino, e con dignità e onestà conduce una vita inappuntabile. Ma il figlio più grande non condivide questo suo approccio rigoroso. Un anno fa ha commesso una rapina nel supermercato sotto casa, è stato subito riconosciuto e, anche grazie alla collaborazione della madre, i carabinieri lo hanno arrestato poco dopo il fatto. Uscito dal carcere, la vita in casa è diventata un inferno.

«Una sera mi sono dovuta mettere in mezzo tra lui, che ci minacciava con un coltello, e il mio compagno con il bambino piccolo: ho dovuto chiamare i carabinieri. Ho avuto problemi con il condominio perché una sera, ubriaco, ha fatto dei danni. Adesso il piccolo è dalla nonna con il mio compagno, e io la sera lo lascio tornare a dormire a casa, ma non è giusto, perché devo separarmi dal piccolo, che ha diritto a stare con sua madre, e il grande non può buttare così la sua vita, non facendo nulla tutto il giorno e poi tornando a casa».

La donna ha provato a rivolgersi alle forze dell’ordine, al Sert, agli psicologi, al Comune. «Tutti mi ascoltano, ma dallo psicologo lui non vuole venire, in comunità non vuole andarci e non è possibile obbligarlo, e l’unica soluzione che mi prospettano è di sbatterlo fuori casa. Io ci ho provato, ma poi lo incontravo in giro, con il freddo, da solo o con amici poco raccomandabili: secondo me può solo peggiorare così, invece io ancora ho la speranza che possa capire e fermarsi prima di fare qualcosa di tremendo».

Alla mamma diventano gli occhi lucidi se pensa che il figlio possa rubare, «o fare del male agli anziani, o spacciare ai ragazzini. Non posso accettarlo, ma non so come fargli capire che non può continuare così». Divisa tra il dovere di proteggere il bimbo più piccolo e l’incapacità di abbandonare il grande, la donna prova «rabbia, sofferenza, angoscia. Ho provato a mandarlo dalla nonna, nel mio paese, ma anche lì si è messo nei guai. Allora l’ho mandato a Napoli da mia sorella, che lavora nell’agricoltura, ma lui non accetta il lavoro pesante. Tutto quello che ho potuto fare, l’ho fatto. Ma non è servito. Se ci sono psicologi o psichiatri, o qualcuno che possa dirmi cosa fare, o dirlo a lui, io sono pronta a qualsiasi cosa, ma finché posso voglio tentare il possibile per aiutarlo».