Pesaro, 18 marzo 2017 - Luca Varani scrive a tv e giornali. Chiede perdono, si appella perché nessuno faccia la sua carriera per colpa di un amore malato. Teme che possa esser stato il detonatore involontario di altri agguati con l’acido contro le donne. Dice a quegli uomini che non accettano la fine di una relazione di non perdersi come è accaduto a lui con Lucia Annibali, che ha fatto aggredire da due sicari con l’acido. E poi ora Varani prega. Va a messa, si confessa, fa la comunione. Lo segue spiritualmente una suora, che il destino ha voluto che si chiamasse suor Lucia. E’ la religiosa che lo ha fatto riavvicinare alla fede dopo molti anni di lontananza. Che lo avrebbe spinto ad riaffermare pubblicamente il suo pentimento e la vergogna per quello che ha fatto. Ha pure un nuovo incarico nel carcere di Rebibbia: è tutor per una serie di detenuti iscritti all’università. Li segue negli studi, preparandoli agli esami mettendo a frutto la sua laurea in giurisprudenza. Gioca anche a calcio, e nelle ultime settimane ha disputato una partita con le vecchie gloria della Roma.

Varani, che quest’anno compie 40 anni, è in carcere dalla sera del 16 aprile 2013, quando i carabinieri andarono a catturarlo in casa un quarto d’ora dopo l’agguato con l’acido in via Rossi 19, nel palazzo dove Lucia Annibali stava rincasando. Spiega l’avvocato Roberto Brunelli, che ha difeso Luca Varani in tutte le fasi di giudizio: «Credo che Varani abbia avuto il massimo della pena tra tutti gli imputati di fatti analoghi, o almeno di quelli accaduti dopo il 16 aprile 2013. L’aver scritto questa lettera di pentimento vuol dire per lui rivisitare criticamente tutto quello che è accaduto. La ritengo una lettera sincera, vera, che non fa sconti alla sua coscienza. Non possiamo che prenderne atto con rispetto. Gli auguro di rendersi utile alle persone che lo circondano dando l’esempio di come si possa tornare a guardare con fiducia al futuro».

Sono molte le lettere spedite da Luca Varani: la prima risale al luglio 2013. La spedì ad una sua ex fidanzata confidandole di aver voluto solo far rovinare l’auto di Lucia, poi la inviò al Carlino per protestare contro le difficoltà per riconoscere la figlia, nata dopo il suo arresto. E altre lettere le scrisse a detenuti per depistare le indagini, seguì l’intervista a Storie maledette e altre lettere spedite a Repubblica, Avvenire e ora a Bruno Vespa.

ro.da.