Ancona, 14 gennaio 2021 - "Ho 45 anni, sono sempre stata bene di salute, ma in quei giorni temendi ho davvero temuto di non farcela con la febbre persistente e fino a 40.6 gradi, il casco in testa h24 per una lunghissima settimana e il virus impadronitosi di gran parte del mio corpo, dando origine non solo alla polmonite, ma anche alla pancreatite, la pericardite e perfino la necessità di ricorrere ad iniezioni di insulina per la glicemia improvvisamente alzatasi durante le cure".

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Roberta Giorgi, 45enne sassoferratese operaia Whirlpool a Fabriano, l’altra mattina si è emozionata nel primo giorno in cui è tornata a fare la spesa in un supermercato della sua cittadina ("insieme a mio marito ho acquistato merce per ben 236 euro, ma che gioia la normalità"), praticamente l’inizio della sua seconda vita.

Roberta, tutto è cominciato il 2 dicembre?
"Quella mattina mi sono svegliata con 39.8 di febbre e mio marito con poco meno. Subito è scattata l’allerta e dai primi controlli sia noi, sia i due nostri figli di 8 e 13 anni siamo risultati positivi. Cinque giorni dopo sono svenuta in casa e mi hanno portato prima all’ospedale di Fabriano poi a quello di Jesi".

Cosa le è rimasto dentro di quei quindici giorni all’«Urbani» di Jesi?
"Per una settimana ho indossato il casco notte e giorno senza sosta. Mi hanno detto che se non avessi resistito mi dovevano intubare: in qualche modo, tra le tante lacrime versate e i micro sonnellini solo di giorno, alla fine la mia battaglia l’ho vinta. Se ci sono riuscita lo devo al meraviglioso personale sanitario e alla mia amica di stanza con cui abbiamo condiviso veramente tutto in giornate terribili, perché lì dentro ho visto tante persone ricoverate per combattere contro questo maledetto mostro, alcuni delle quali più giovani di me".

Ci sono immagini che continuerà a portare con se della sua permanenza in Rianimazione?
"Il 12 dicembre, giorno del compleanno di mia figlia e vigilia di Santa Lucia patrona di noi metalmeccanici, non lo dimenticherò mai. Dopo giorni senza essere in grado nemmeno di prendere il telefono, ho potuto fare una videochiamata di cinque minuti per gli auguri a mia figlia tra le lacrime e subito dopo le ho ordinato la torta di compleanno dal mio letto di ospedale. Quello mi ha dato tanta forza, dopo giorni in cui ho veramente pensato di dover dire addio alla vita. Ci sono tanti flashback della degenza all’Urbani che conservo, compreso quando ho ripreso a distinguere odori e sapori: ho mangiato un arancio, gustandomelo e piangendo come una bambina per l’emozione".

È vero che suo padre sta ancora lottando in ospedale?
"Dal Covid si è negativizzato, ma durante la malattia si è indebolito ed è stato colpito da un attacco ischemico. Spero che a breve possa tornare a casa e riprendersi, ma purtroppo anche questa è la dimostrazione di quanto il virus sia subdolo e capace di aggredire più parti del corpo".

Che messaggio si sente di lanciare in queste ore di avvio della sua ‘second life’?
"Io sono sempre stata molto attenta e tutt’ora non capisco come il virus abbia centrato me e la nostra famiglia. Però, basta veramente poco per poi vivere un’esperienza tremenda come la mia. Ecco, a chi si lamenta della mascherina che rende difficile la respirazione, vorrei dire come sia molto peggio indossare un casco refrigerante per aggrapparsi al domani. Non capisco i negazionisti, i no mask e i no vax: mi auguro che chi leggerà la mia storia capisca come con questo virus non si scherzi".

Insomma, lei è favorevole alle restrizioni e ai vaccini?
"Il vaccino me lo farei anche subito. Le limitazioni? Ovviamente non fanno piacere, ma rinunciare a un po’ di vita sociale può divenire decisivo per salvare la vita vera. Per dire, la zona arancione è servita alla mia famiglia, in quanto non sono potuta andare a trovare mia sorella e i miei nipoti che risiedono a Fabriano: dunque ciò ha evitato il contagio per altre quattro persone".