La Curva dell'Ascoli
La Curva dell'Ascoli

Ascoli, 26 marzo 2019 - Questa intervista prende corpo in una delle serate peggiori della storia dell’Ascoli Calcio: sabato scorso, dopo la disfatta di Lecce, in redazione arriva una telefonata. Vista l’ora tarda non immaginavamo fosse una lettrice e invece dall’altro capo della cornetta c’era la signora Gabriella. La vispa 71enne ha cominciato a lanciare una serie di improperi contro il risultato nefasto in Puglia e tutta la sua rabbia, si percepiva, proveniva solo dal grande amore che aveva e, nonostante tutto, ha ancora per il Picchio; ci ha raccontato di quando, a soli 17 anni, ha messo piede al Del Duca e quando è addirittura tornata dal viaggio di nozze per il Picchio. Insomma, una vita in bianconero, degna di essere raccontata soprattutto in un momento così difficile per la squadra.

Sarà difficile smaltire la rabbia e la delusione per la pesantissima sconfitta subita a Lecce nel recupero di sabato scorso. Il 7-0 subito è stata di certo una delle pagine più amare della gloriosa storia dell’Ascoli Calcio e della città. Per chi ne ha viste davvero tante, belle e brutte, la ferita probabilmente resterà aperta per un bel po’. È così anche per Gabriella Marozzi, storica 71enne da sempre tifosissima sfegatata del Picchio. A casa sua insieme al marito Lino e ai figli Simona e Gianfranco l’Ascoli è una ragione di vita.

Quando è nata la sua passione per l’Ascoli?

«Ho 71 anni e sono tifosa dell’Ascoli praticamente da sempre. Quando ho iniziato a seguire la squadra avevo 17 anni e ancora Rozzi doveva arrivare. A quei tempi giocava Strulli. In quegli anni non c’era molto da fare in una piccola città come la nostra: o andavi allo stadio o stavi a casa. E così andando allo stadio è iniziata questa storia di passione che poi è aumenta sempre di più».

Da tifosa doc come si sente dopo il 7-0 di Lecce?

«Oggi c’è tanta rabbia, perdere così fa troppo male. La partita di sabato non la digerisco. Abbiamo vissuti momenti belli e brutti in serie A, ricordo i festeggiamenti con mio marito che fece il giro di Ascoli con un rullo compressore. Il calcio era diverso, si viveva come una festa. In trasferta si andava in gita con la famiglia, prima si visitava la città poi si andava allo stadio per vedere la partita».

Un passivo del genere si era subito solo con la Juve, lo ricorda? «Ma non c’è alcun tipo di paragone. Lì stavamo vivendo le emozioni della serie A. Quella era la Juventus di Trapattoni che poi vinse lo scudetto. Con loro giocavano i calciatori migliori, c’era Scirea, Cabrini, Platini, Tardelli, Rossi, Boniek».

Che spiegazione dà al tracollo di Lecce dopo la bella prova di Verona?

«Di fatto hanno deciso di non giocare e qualcosa dietro credo che ci sia. Adesso noi tifosi abbiamo il diritto di sapere cos’è accaduto. Non è chiaro quanto accaduto, sette giorni prima a Verona avevano fatto una buona partita. Noi viviamo con la pensione e facciamo i sacrifici per fare l’abbonamento e andare allo stadio, non accettiamo di essere presi in giro così».

Di cosa ci sarebbe bisogno secondo lei per invertire la rotta? «Ci vuole grinta, i calciatori devono onorare la maglia che indossano. Prima c’era attaccamento ai colori e si lottava davvero per la squadra in cui si giocava. Oggi a volte sembra che freghi niente a nessuno. Ci vuole più temperamento anche da parte dell’allenatore. Con gente come Mazzone e Sonetti chi sbagliava pagava. L’Ascoli per noi è tutto, e una ragione di vita e loro devono onorare la nostra storia».

Qual è il sacrificio più grande che ha fatto per l’Ascoli? «Nell’ottobre del 1968 mi ero appena sposata con mio marito e eravamo partiti in viaggio. Eravamo a Varese e decidemmo di tornare per andare a tifare l’Ascoli nel derby con la Samb. Eravamo andati a trovare degli amici e cercarono di convincerci a restare, ma non potemmo fare a meno di tornare per il derby».