La moglie mostra la foto del fioraio deceduto
La moglie mostra la foto del fioraio deceduto

Bologna, 4 giugno 2016 - Morire di varicella nel 2016. Jibon Saha Kumar aveva 43 anni, un’attività di fioraio da cinque anni, due bambini. È morto all’alba di ieri al policlinico Sant’Orsola, dove si trovava ricoverato dall’11 aprile, per le complicazioni dovute a una varicella, che aveva contratto dal suo bambino di sei anni e mezzo. Originario del Bangladesh, viveva con la famiglia in viale Oriani, a pochi metri dal chiosco di fiori che gestiva, in via Jacopo della Lana. Nel quartiere tutti lo conoscevano e gli volevano bene.

“Jibon si è sentito male il 9 aprile – racconta la moglie, Sunita Saha Rani –. Siamo andati al Sant’Orsola, al pronto soccorso. Aveva dolori fortissimi al petto e allo stomaco, non riusciva a respirare. Dopo l’esame cardiologico, che ha dato esito negativo, lo hanno mandato a casa con una cura per la gastrite. Erano le 2 di notte. Lui stava sempre peggio ed è tornato in ospedale”. A quel punto è stato ricoverato alla clinica Villa Laura. “Era già domenica – continua Sunita – e in clinica non potevano fargli l’ecografia prima di lunedì. Jibon ha firmato per uscire ed è tornato al Sant’Orsola. Si rendeva conto di stare malissimo, non poteva aspettare ancora. Ma una volta al pronto soccorso del policlinico, prima di essere ricoverato in reparto, ha dovuto aspettare altre 12 ore”.

Il lunedì successivo l’uomo è stato portato a Medicina Interna. E, dopo tre giorni, trasferito in Terapia intensiva. “In reparto si sono accorti che aveva un segnetto sulla testa – continua Sunita – e prima hanno chiesto se avesse allergie. Poi, il mercoledì, dagli esami è emerso che aveva contratto la varicella. Il nostro bambino l’aveva avuta quindici giorni prima. È stato messo in coma farmacologico. I medici dei reparti, a differenza che al pronto soccorso, si sono occupati con tanto amore di lui. Ma stava troppo male. Non sono riusciti a salvarlo”.

Il fisico del quarantatrenne, che soffriva di una patologia autoimmune, già all’arrivo in ospedale era molto debilitato. La malattia aveva compromesso gli organi interni. Non aveva praticamente più difese immunitarie. Di qui, la scelta di ricoverarlo a Terapia intensiva trapianti. “Si era prospettata anche questa possibilità, ma alla fine Jibon all’alba se ne è andato”, racconta, tra le lacrime, Sunita, mentre la figlia più grande, di 11 anni, l’abbraccia.

Tutta la comunità bangladese bolognese si è stretta al lutto della famiglia. Nell’appartamento, oltre ai parenti, tanti connazionali hanno portato l’ultimo saluto all’uomo. “Una cosa che ci fa stare male – dice la donna – è che mentre diceva che soffriva da morire, non è stato creduto. È stato lasciato per ore in pronto soccorso. Ora non c’è più”.