Bologna, 3 maggio 2016 - Lorenzo Amadori, amministratore della Hydro Italia, non ama stare alla sua scrivania. È appena rientrato dalla Cina, a breve partirà per Roma e, in generale, alle scartoffie preferisce la produzione. “D’altronde – scherza –, sono figlio di un inventore”.

Un inventore?

“Mio padre faceva un altro mestiere, ma si divertiva a fare mille cose e mi insegnava a fare cose improbabili, come levar via il metano da un pozzo...”.

Cose di tutti i giorni...

“(ride, ndr) In ogni caso è grazie a questa indole che, quando l’azienda da cui ci rifornivamo di impianti di depurazione è improvvisamente fallita, a me è venuto naturale dire ai miei soci: ‘Bene, produciamoceli noi’”.

Avrete avuto bisogno di aiuto.

“Abbiamo bussato al dipartimento di Ingegneria chimica”.

E non vi ha aperto nessuno.

“Scherza? Sono stati bravissimi e velocissimi. In sei mesi avevamo il prototipo del nostro primo impianto. E ancora oggi per noi la collaborazione con le università e i centri di ricerca è una parte fondamentale”.

Abbiamo perso un passaggio: come nasce la Hydro Italia?

“Eravamo tutti dipendenti di un’altra azienda. Uno di noi ci convinse che il futuro sarebbe stato la depurazione delle acque, e prese contatti con la Hydrocamp, ditta tedesca del settore”.

Fu un boom.

“No, fu un flop. Le loro macchine non ci soddisfacevano, continuavamo a chiedere modifiche. Un anno dopo i primi soci abbandonarono”.

Fine della corsa.

“E inizio della rincorsa. Subentrammo noi. E ci mettemmo a cercare clienti”.

Che resistenze trovavate?

“Anche in quegli anni, che pure non erano di crisi, era complicato convincere un’azienda a investire su un impianto di depurazione. Nessuna legge li obbligava a farlo”.

Voi come li convincevate?

“Mostrandogli la lista dei benefici che avrebbero avuto. Vede, le acque andavano comunque smaltite, trasportandole in un impianto specifico. Era un costo a cui tutti erano abituati e amen. Noi gli mostravamo la possibilità di ripulire l’acqua in loco, da riutilizzare poi a ciclo chiuso, in continuo. La spallata finale erano i guadagni: niente più pulizia delle macchine, con relativo stop della produzione, meno guasti per lo sporco. Anni dopo avremmo aggiunto anche la produzione di energia derivante dallo smaltimento”.

Perché aprire in Turchia?

“Avevamo già dei clienti lì. Poi un giorno incontrammo un rappresentante della fabbrica turca di Toyota auto. Gli proponemmo i nostri impianti. Ci fu una trattativa lunghissima ed estenuante che ebbe esito negativo. Ci concessero solo di prestargli gratuitamente un impianto in prova. Ce lo avrebbero rispedito entro un mese”.

Così fu?

“Ricevemmo un ordine per sei nuove macchine. E in poco tempo ne arrivarono altre da altre aziende. Finì che dovemmo aprire una fabbrica lì, e la stessa cosa successe in Polonia come, forse, succederà anche in Cina”.