Vinicio Capossela
Vinicio Capossela

Bologna, 20 novembre 2019 -  Pronti a scivolare nelle cronache del post Medioevo o, se preferite, in quello digitale? Riavvolgete il nastro: il viatico giusto è “Ballate per Uomini e Bestie”, undecimo album con cui Vinicio Capossela s’è aggiudicata la Targa Tenco 2019. Tappa dell’omonimo tour che segue gli atti unici estivi. Dentro c’è tutto quello che ti aspetteresti da un bardo/giullare animato dal solito spirito del combat superinventivo, uno show di due ore e mezzo con cui ieri al Teatro Duse (replica oggi) ci ha trascinato sornionamente su temi fuori dal reale, ma dentro il vero.

Ventiquattro pezzi che accorciano la distanza tra sogni, uomini e, appunto bestie in un momento in cui è difficile distinguere gli uni dagli altri. Crude denunce cotte nel bestiario di varia umanità messo a punto con Teho Teardo, Marc Ribot, Daniele Sepe e Massimo Zamboni. Musica che si sfrangia dalla taranta al rebetiko, passando per morna e flamenco, bluegrass/ salterello, valzer rubati alle bande, squarci punk rock-folk.

Il sipario si alza su “Uro”, il cavallo bisonte che cavalca nella pietra, prima traccia dell’affresco digitale che inizia dalle pitture rupestri e arriva, come lui stesso ci ha ricordato, «all’evo medio prossimo e venturo». Voce e strumenti al servizio di trovate apocalittiche, di maiali che diventano porci (“Il testamento del porco” «la cui matericità è invidiata dagli uomini»), di sbarre (“La ballata del carcere di Reading” che si rifà ai versi di Oscar Wilde subito dopo la scarcerazione), di lupi mannari («“Le Loup garou” non è quello del plenilunio, ma del rito elettorale”») e di giraffe (in ricordo del cucciolo allampanato scorrazzante per il centro di Imola ammazzato da un narcotico).

Di fate e di santi (“La Tentazione di Sant’Antonio”). Senza dimenticare che la Peste è «tutt’altro che scomparsa, etica più che piagante, rabbia che s’abbatte su papi e reggenti, sovrani e presidenti, la governance mondiale, il popolo brutale»). Dentro c’è pure “Suona Rosamunda” che un tempo si chiamava Modraska Polka, sulla banda prigioniera nel lager nazista. E “Povero Cristo” («…che tutti vorrebbero primo della lista, venuto non per salvarci ma per insegnare a salvarci l’un l’altro»), “Di città in città”, cupo refrain sugli orsi e gli orsanti (a Vigoleno di Piacenza ne esiste un museo).

Non manca il cronachismo puro (Tiziana Cantone, la nostra cattiva coscienza, vittima del Revenge Porn, i sogni annegati di Riace, quello infranto di Mimmo Lucano). I riflettori si spengono su “La lumaca”, con i musicisti che si defilano al rallenty. L’ultimo omaggio è per i portici di Bologna, Carmina Burana sui generis. L’invito è a «rallentare il tempo e godersi la scia».