Guardia di finanza (Foto archivio)
Guardia di finanza (Foto archivio)

Fano (Pesaro e Urbino), 6 febbraio 2019 - Per anni, attraverso 6 società cartiere (forse più), aveva truffato il fisco eludendo l’iva. Per questo la Guardia di Finanza, alcuni mesi fa, al termine di una lunga ed accurata indagine, aveva sequestrato tutti i beni di un noto commerciante fanese famoso per i capi di abbigliamento “griffati” che vendeva a prezzi stracciati acquistandoli in stock dai fornitori ufficiali. Grazie a ciò sono già stati versati più di 6 milioni di euro, dalle società destinatarie dei controlli, all’Agenzia delle Entrate.


Un lavoro congiunto dei finanzieri e della Procura di Pesaro, iniziata dall’attività istruttoria della Guardia di Finanza di Fano e la conseguente attività accertativa della Direzione Provinciale di Pesaro e Urbino che hanno consentito di procedere al dissequestro delle somme necessarie al pagamento di quanto dovuto al Fisco: il dissequestro ha però riguardato solo una parte dei beni e delle disponibilità finanziarie sequestrati (anche presso un Istituto di credito della Repubblica di San Marino) pari ad un valore effettivo di quasi 12 milioni (precisamente 11.686.445) di euro su un totale complessivo di poco più di 15 (ovvero 15.253.383 euro).


Le somme sono riconducibili all’attività di un’organizzazione, con centro logistico ed operativo a Fano e ramificata in diverse regioni italiane, che attraverso la creazione di un complesso schema societario a scatole cinesi (alcune delle quali ubicate in Lettonia e Lituania) eludeva il fisco commercializzando articoli di abbigliamento. 
Dodici sono risultate le società coinvolte (5 estere e 7 italiane) attraverso le quali, con fittizie triangolazioni commerciali perfezionate dal 2008 al 2015, sono state emesse fatture false per circa 55 milioni euro, drenando e occultando al Fisco imposte evase pari a circa 23 milioni di euro. Un meccanismo fraudolento portato a compimento proprio mediante la costituzione ad hoc delle società baltiche, che hanno omesso di dichiarare in Italia Iva, Ires ed Irap per quasi 5 milioni di euro.


In particolare, è stato accertato che le società straniere vendevano capi di abbigliamento “griffati”, in precedenza acquistati in stock dai fornitori ufficiali, a società di Fano dove veniva effettivamente concentrata la merce, con l’interposizione di società italiane cartiere “apri e chiudi” che fittiziamente acquistavano in regime di reverse charge e rivendevano la merce agli acquirenti finali a prezzi competitivi, consentendo loro di maturare anche un indebito credito Iva sugli acquisti.