Roberto Straccia
Roberto Straccia

Moresco, 15 aprile 2018 -  Un caso chiuso, ma che continua a nutrirsi di nuovi spiragli di luce. Ci riferiamo alla vicenda di Roberto Straccia, il giovane studente di Moresco che sparì da Pescara (sua città di studi) il 14 dicembre 2011 per poi essere ritrovato senza vita sul lungomare barese il 7 gennaio successivo. Un caso archiviato più volte, come «morte per cause accidentali o suicidio» dalla magistratura. Un caso di cui cercare ancora la verità, invece, secondo la famiglia Straccia ed il legale Marilena Mecchi. Dopo l’ultima archiviazione da parte della Procura di Pescara (risalente al marzo 2017) e l’ennesima opposizione della famiglia, è notizia attuale che la Corte di Cassazione di Roma ha ritenuto ammissibile il ricorso, trasmesso alla Prima Sezione Penale per essere discusso con udienza fissata il prossimo 7 giugno.

«Il Gip di Pescara aveva archiviato il caso nel marzo 2017 in assoluto silenzio, senza fissare udienza alla nostra opposizione – spiega l’avvocato Mecchi – da qui si è aperta una nuova via legale che comprende: il reclamo al giudice monocratico di Pescara e il contestuale ricorso in Cassazione sostenendo che la procura di Pescara continuava a non indagare sui pentiti e che la competenza del caso (visti gli ultimi sviluppi delle indagini di parte) spetta per legge alla Direzione Distrettuale Antimafia di L’Aquila. Oggi – prosegue la Mecchi – il ricorso ha superato il vaglio dell’ ammissibilità e contemporaneamente è stata avviata un’azione civile al tribunale di Campobasso contro lo Stato italiano per la responsabilità civile dei magistrati. Dopo la prima udienza dello scorso 9 aprile, il caso è stato rinviato al 10 settembre. La famiglia Straccia vuole solo la verità sulla morte di Roberto – conclude la Mecchi – ed è quello che gli uomini di legge debbono garantire se non per etica personale, certo per dovere istituzionale. E per questo continueremo a batterci».

«Mio figlio non c’è più e nessuno può riportarlo in vita – commenta Mario Straccia – la sorte mi ha ridato il suo corpo, ma non come averi voluto. Da sempre non credo alla teoria del suicidio e da sempre pretendo solo la verità sulla morte di Roberto. Per questo, sono troppo ferito da sentenze emanate con ‘termini poetici’ e inesattezze. Voglio che il mio dramma, come quello di tanti genitori, si rispetti nell’osservanza della verità».