Un gruppo di ragazzi all’uscita da scuola
Un gruppo di ragazzi all’uscita da scuola

Ferrara, 12 gennaio 2019 - L’inferno ha il suono della campanella. Ed è un rito – quello del bullismo – che si celebra ogni mattina in una scuola superiore della città. Con i suoi sacerdoti e le vestali. Ma senza eretici. Gli oppositori non sono ammessi. Ovviamente non citiamo nome del ragazzo né scuola per proteggere la vittima di una storia che ha la voce di sua mamma: «Cambiamo istituto». La decisione dopo l’ultima impresa del branco: «hanno messo nella sua bottiglietta d’acqua pezzi di plastica». Suo figlio non se ne è accorto e ha bevuto. Con il pubblico assiepato sul palco-scannatoio del bullismo che rideva mentre la vittima sputava fuori le schegge di uno scherzo. «Sapete da quanto va avanti questa storia? Da quattro anni». E suo figlio è in quarta superiore. In pratica da sempre. «E anche quando era alle elementari e alle medie ci sono stati dei problemi».

Avere il sostegno, alle volte, è come avere l’etichetta di un bersaglio da colpire appiccicata nella schiena. «E mio figlio è anche sensibile, si tiene tutto per sé. Ma ora basta. Ci rivolgiamo alle forze di polizia». Capire se ci siano gli estremi per un reato è complicato. Sono situazioni sfumate. Di confine. E difficili da provare perché il branco si chiude nel mix di omertà ed emulazione. E in molti casi di paura. E se ci si metta le sensibilità di un ragazzino – spesso vista come un handicap – l’inferno apre i suoi cancelli tutte le mattine. «Capita che quando sia seduto – dice la madre – qualcuno passi e lo schiaffeggi in faccia ma da dietro». E che reato è? Nessuno, forse. Ma la violenza resta tale. E soprattutto resta imbottigliata lì dentro. Nel petto del giovane. «Ci sono stati incontri con la psicologa e con alcuni insegnanti – il commento sconsolato della donna – ma le cose non cambiano». Ribellarsi? Impossibile. Parlare? Una fatica tremenda salvo che con sua madre. «Il 7 gennaio scorso – ricorda – per il rientro dalla vacanze di Natale, mio figlio mi ha detto che aveva paura». Ha aperto la botola ed è uscito di tutto. Fatti, parole, lacrime e frustrazioni. La madre ha ascoltato il grido di aiuto della sua creatura e ha deciso di agire. «Le cose o cambiano – afferma, convinta – oppure cambieremo scuola. Mio figlio non può vivere tutti i giorni nel tormento». Perché alla fine diventano insostenibili anche le risatine, gli sguardi torvi, gli scherzetti che sarebbero innocenti in un una situazione normale. Banale.

«Il rappresentante di classe gli ha espresso solidarietà in un modo che fa cadere le braccia». In pratica gli ha detto: «Ehi... se alla fine cambi scuola fai bene». Parole di resa. Hanno vinto loro. Racconto che ha portato la madre ad alzare la cornetta per chiamare il giornale. «Lo so – ci dice, quasi commossa – che direttamente non potete fare niente ma almeno fate sapere la nostra storia». La storia di una madre e di un figlio che si prendono per mano per uscire dall’incubo.