Carlotta Giorgi nel laboratorio di Cona
Carlotta Giorgi nel laboratorio di Cona

Ferrara, 11 maggio 2019 - «Ho due team: uno di cinque figli, a casa. L’altro di sei ricercatrici, all’Università. Complicati? Forse, ma nessuno dei due mi pesa». Mantovana d’origine, fiera ferrarese d’adozione (dal 2002), Carlotta Giorgi è il volto dei 5mila ricercatori Airc. In prima linea nella ricerca sul cancro; ma al tempo stesso, madre di una bimba di 10 anni e di quattro maschietti che vanno dai 9 ai 3.

Professore associato di Patologia Generale a Unife, sta conducendo importanti studi sui meccanismi che innescano i tumori.

«Studiamo il cosiddetto ‘messaggio’ dello ione calcio, strategico per valutare le mutazioni delle cellule e la loro resistenza alle terapie. Per essere semplici, se riusciremo a ripristinare quel segnale, potremo rendere più efficaci e mirate le chemioterapia».

Parla sempre al plurale, è un vezzo?

«Tutt’altro, il mio è un lavoro necessariamente di squadra. E ricordando l’input fondamentale del prof. Paolo Pinton, con cui sono nata e cresciuta dal punto di vista scientifico, sarei ben poco senza le sei ricercatrici con cui condivido il laboratorio».

Dall’Airc ha ottenuto importanti riconoscimenti e finanziamenti.

«Sono stata fortunata, abbiamo ottenuto due finanziamenti per condurre studi sui meccanismi molecolari alla base dei tumori, rispettivamente per tre e cinque anni, con stanziamenti dagli 80mila ai 150mila euro l’anno. Poi altri fondi dal Ministero della Salute per studiare il mesotellioma, e il Prin per investigare il tumore al seno».

Una mole di lavoro imponente. Come si trova a svolgerlo a Ferrara?

«Sembrerà un paradosso, è la sede ideale. L’ospedale, e so che qualcuno sorriderà, è piccolo, c’è una piena sintonia con gli oncologi e i chirurghi. Anche lavorando in vitro e su modelli animali, si ha la sensazione di essere a contatto con le persone, anche i malati».

Tutto questo sarebbe già molto impegnativo, non fosse per i suoi... affetti collaterali.

«Già, i miei cinque tesori! In realtà non trovo intralci tra l’attività professionale e la vita privata. Basta rinunciare alla mondanità, pensare che la parrucchiera non esiste e dire addio allo shopping. A quel punto, tutto è gestibile».

In che modo?

«Facendo la mamma militaresca, anche perché mio marito lavora fuori città. Sveglia alle 6, tre quarti d’ora per preparare la colazione, poi alle 7.30 tutti in moto, venti minuti dopo ognuno è a scuola, alle 8 io entro in laboratorio. Ci si ritrova la sera alle 19.30. Cena, un momento per le coccole e i racconti, alle 21.30 tutti a nanna. Me compresa».

Capricci vietati per legge?

«Sono fortunata anche come mamma. I miei bimbi si organizzano e si aiutano, sin da piccoli hanno sempre dormito, sanno che la mamma lavora per aiutare gli altri e questo li motiva».

Dicono già di voler seguire le sue orme?

«Uno dei maschi dice che vuol fare il calciatore, ma gli passerà. Comunque sono venuti con me in laboratorio, la loro consapevolezza di quello che sto facendo aumenta le mie motivazioni».

Una curiosità, cosa riserva a se stessa?

«Solo quando viaggio, quasi sempre per congressi scientifici, ho il tempo, se non devo preparare relazioni, di dedicarmi un po’ d’attenzione. E comunque anche con mio marito, quando la sera la casa diventa silenziosa, prima di essere sopraffatti dalla stanchezza riusciamo ad avere i nostri spazi».

Per molti, in questa sua situazione, prima che una terapia anticancro servirebbe quella antistress.

«Lo capisco, ma ripeto che non mi pesa. Sia al lavoro che in famiglia tutti ci aiutiamo a vicenda, la collaborazione è la benzina nel motore».

Una domanda banale, quasi utopistica: si riuscirà a sconfiggere il cancro?

«La comunità scientifica sta mettendo assieme tutti i pezzi. Sono ottimista, ce la faremo, anche se i tumori sono tantissimi, ogni giorno si ammalano mille persone. Ma io e i miei due team siamo sul pezzo».