C’è un "non detto",
però, tra chi critica la nuova formula (cioè "il pubblico deve finanziare iniziative come queste") che, pur sorretto da una considerazione degna di rispetto e in parte condivisibile, se portata all’estremo ha tre limiti: 1) tradisce una mentalità dirigista, per cui tutto deve essere pianificato, finanziato e regolato dal pubblico ("cosa fa il Comune? Perché il Comune non eroga contributi?" si sente spesso dire), in parte figlia della nostra storia (prima si andava col cappello dal Duca estense, poi dal legato pontificio, poi dal podestà e, negli ultimi 70 anni, dal sindaco di turno, comunista e successive evoluzioni); 2) assolve da ogni impegno (e responsabilità sociale) i privati (imprenditori, aziende, commercianti, professionisti) che, pur in un contesto economicamente più debole, dove mancano i grandi campioni industriali o i distretti, potrebbero oggettivamente fare di più mettendoci del proprio (mentre tendono a lamentarsi perché non garantiti dal solito Comune o ente pubblico che sia); 3) dimentica che, da quando Carife e Fondazione Carife non ci sono più, alla città e al territorio sono venuti a mancare finanziamenti per milioni di euro che prima sostenevano cultura, eventi e sociale. Chi giustamente fa notare che alcune mostre a Rovigo hanno riscosso più successo di quelle organizzate da Ferrara Arte dimentica
che in Polesine la Fondazione Cariparo eroga cifre alte, qui inimmaginabili. Ciò ovviamente non toglie che si possa e debba fare meglio. Ma forse bisogna cambiare mentalità. Accanto al pubblico servono più impegno e un nuovo protagonismo dei privati. A partire dai Buskers.