La villetta del massacro

Ferrara, 10 febbraio 2017 - Pontelangorino ‘dimentica’ l’omicidio di Salvatore Vincelli e Nunzia Di Gianni. O meglio, più che scordare – come spiega qualcuno – cerca di «metterlo da parte». Trenta giorni fa, la piccola frazione sul Delta del Po apriva le finestre sull’orrore. Manuel Sartori, 17 anni, massacra a colpi d’ascia marito e moglie nella loro villetta di via Fronte Primo Tronco. Una mattanza organizzata e commissionata dal figlio della coppia, Riccardo Vincelli, appena 16 anni. A un mese di distanza, di quei fatti in paese non si parla quasi più. Il ‘mostro’ è ancora seduto a pochi metri dalle villette e dai negozi della frazione, ma si cerca di guardare da un’altra parte. Una vicenda troppo pesante e troppo grave. Il cui solo ricordo genera angoscia. Per questo si cerca di rivangare il meno possibile. «Quel che è successo è successo – è un mantra che ripetono in molti –. Ma ora bisogna andare avanti». La reazione di chi cerca di salvare il salvabile e di riprendere una vita normale dopo la discesa nell’abisso.

I primi segni di questo cambio di rotta, si notano proprio sul luogo del delitto. Lungo il cancello della villetta al civico 100 di via Fronte Primo Tronco restano solo i sigilli dei carabinieri. Nastri di plastica rossi e bianchi logorati dal vento e dalla pioggia. Niente messaggi né fiori. Quelli che c’erano, racconta uno dei vicini, «sono stati portati via qualche giorno fa. Ormai erano sfioriti». Così come la voglia di confrontarsi con l’indicibile, del quale ancora non ci si riesce a dare una spiegazione. L’unica cosa da fare, secondo molti a Pontelangorino, è prenderne atto e andare avanti. «Ormai in paese se ne parla poco – spiega Simone Massarenti dal banco della tabaccheria nel centro del paese –. È stata una batosta per tutti noi. Se ne è discusso tanto. Adesso però è ora di andare avanti». Un sentimento che sembra essere condiviso dall’intera frazione, frastornata dalla gravita di un fatto senza precedenti e stanca di riflettori ai quali la piccola comunità non è abituata. «Speriamo sia finito tutto – confida Massimo Stoppa –. E meno male che il caso è stato risolto subito. Ora dobbiamo solo andare avanti». Anche al Club One, il bar dei giovani frequentato da Manuel e Riccardo, si parla poco del duplice omicidio. «È stata una cosa troppo grossa – racconta Giuliana Grandi, dipendente del locale –. Indietro non si torna. E se ci si pensa, ancora non ci si può credere. I ragazzi sono stati per giorni sconvolti e spaventati». La panacea del male assoluto sembra essere l’oblio. «Cerchiamo di rimuovere – aggiunge –. Dimenticare no, quello è impossibile. Ma dobbiamo metterlo da parte».

Chi proprio non può e non vuole scordare è Monica Tumiatti, mamma di Manuel. «Penso ogni giorno ai Vincelli – spiega dal cortile dell’abitazione di Caprile, dove i due ragazzi si sono rifugiati dopo il delitto –. Ho tanto dispiacere per loro. Erano nostri amici». Poi la mente vola a Manuel, quel figlio che lei e il marito Rudi non hanno mai abbandonato per un istante. «Si sta rendendo conto di quello che ha fatto – dice –. Subito dopo aver ucciso, a Riccardo ha detto ‘mi faccio schifo da solo’». Anche tra i due killer il rapporto si va sfaldando. Dalle rispettive celle, non si cercano più. «Riccardo – conclude Monica –? Ora Manuel lo nomina poco. Dice che gli ha rovinato la vita».