Bidres Azor
Bidres Azor

Ferrara, 30 luglio 2014 - IL CASO Tavecchio divide i calciatori e gli allenatori di casa nostra, tra chi giudica eccessive le critiche piovute sul presidente della Lega Nazionale Dilettanti e chi lo condanna senza appello, ritenendolo inadeguato ad occupare una poltrona così importante. Bidres Azor, attaccante haitiano cresciuto nella nostra città, assolve Tavecchio, auspicando però un deciso rinnovamento della classe dirigente federale.

«Le parole di Tavecchio sono state strumentalizzate — afferma il nuovo acquisto del Comacchio Lidi –, credo volesse sottolineare che nel nostro Paese vengono ingaggiati troppi stranieri senza valutarne prima le effettive qualità come invece avviene all’estero. Detto questo, spero che il prossimo presidente sarà Albertini, sia per una questione anagrafica che per la sua esperienza di calciatore».

AZOR, cresciuto nelle giovanili della Spal e poi protagonista anche con le maglie di Lecce e Sampdoria, racconta il suo rapporto col razzismo, che riscontra più forte nel calcio dilettantistico. «Il razzismo esiste ancora, soprattutto nelle categorie inferiori, e l’ho provato sulla mia pelle anche nell’ultimo campionato di Prima categoria disputato con la Poggese, anche se si tratta più di ignoranza che di razzismo vero e proprio, perché nel 2014 non voglio nemmeno pensare che si possa discriminare qualcuno per il colore della pelle».

Sulla stessa lunghezza d’onda Crocefisso Miglietta, centrocampista della Spal arrivato nell’ultima campagna acquisti dalla Ternana. «Tavecchio si è espresso sicuramente in maniera ingenua — commenta —. Un uomo della sua età non dovrebbe commettere certi errori di comunicazione, ma non mi sento affatto di condannarlo. Mi risulta si sia scusato con tutti, inoltre ritengo eccessivo scatenare un polverone del genere per una battuta: il razzismo è tutt’altra cosa, ma ormai siamo abituati a parlarne a sproposito in diverse situazioni».

ERIC Barillari, calciatore dilettante fino all’anno scorso e attualmente allenatore del settore giovanile del Kaos, pone l’accento sui paradossi che sta evidenziando questa vicenda. «In tutto il mondo, e in ogni categoria, si predicano fair play, rispetto dell’avversario e lotta al razzismo, e invece chi dovrebbe dare l’esempio pronuncia una frase così infelice — spiega —. A livello giovanile per fortuna il fenomeno del razzismo non esiste, almeno nelle scuole calcio, ma è chiaro che i bambini hanno bisogno di punti di riferimento che lancino segnali precisi e non ambigui come accaduto in questa circostanza. In quest’ottica, penso che Albertini sia la persona giusta per rivoluzionare il calcio italiano e rappresentarci all’estero, sperando si punti davvero sul rilancio del movimento giovanile».