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20 mar 2022

Il vescovo: "È l’ora della generosità Ma non lasciamo solo chi accoglie"

L’appello di Monsignor Mosciatti: "Grande entusiasmo umanitario, spero che l’energia non si spenga. La solidarietà però va ragionata, servono strutture rodate per guardare con lungimiranza ai prossimi mesi"

gabriele tassi
Cronaca
Don Giovanni Mosciatti, vescovo di Imola, invita i fedeli alla preghiera comune del 25 marzo
Don Giovanni Mosciatti, vescovo di Imola, invita i fedeli alla preghiera comune del 25 marzo
Don Giovanni Mosciatti, vescovo di Imola, invita i fedeli alla preghiera comune del 25 marzo

di Gabriele Tassi

Chi apre le porte delle proprie case e chi abbraccia una famiglia mai vista prima. "La generosità di questi tempi è commovente nel confronti di chi scappa dalla guerra, ma va dosata, con intelligenza e lungimiranza". Accoglienza, il vescovo Giovanni Mosciatti un po’ ci riporta sulla terra: "Si è vista grande solidarietà nei confronti del popolo Ucraino, ma accogliere non vuol dire solo dare un tetto, un letto e un piatto in tavola".

C’è di più?

"E’ importante che ora a livello umanitario si lavori un po’ a tutti i livelli, senza lasciare sole le persone e le famiglie che decidono di aprire le porte delle proprie case a chi è in difficoltà a causa dell’invasione russa".

Qual è la strada?

"L’obiettivo da perseguire, soprattutto a livello istituzionale, è quello di avere una struttura rodata per l’accoglienza dei profughi. In questo momento c’è un grande entusiasmo umanitario da parte di molti, e la mia speranza è che non si spenga. Chi ospita infatti, si fa non solo un carico materiale delle persone, ma deve prepararsi a portare anche un fardello emotivo".

Difficile da gestire.

"I bambini hanno visto con i loro occhi, ancora troppo piccoli, cose terribili. Tantissime madri hanno lasciato i loro mariti in patria. Nella carità servono sguardo lungo e intelligenza".

A cosa si riferisce esattamente?

"Gli ucraini che arrivano qui rischiano di trovarsi spaesati: si va dalla barriera linguistica fino a quella di non avere un lavoro. C’è tutta una filiera da far crescere, perché ancora non sappiamo quando questa emergenza finirà. Siamo anche all’oscuro di quante persone potrebbero presentarsi nella nostra città: bisogna ragionare in prospettiva, in modo lungimirante".

La Chiesa, la Diocesi, a livello più locale cosa può fare in questo momento?

"La Caritas diocesana è già in prima linea per l’accoglienza dei profughi. A livello di ospitalità vera e propria ci siamo affidati a Santa Caterina, dove ci sono educatori e personale con l’esperienza dell’accoglienza nel sangue".

Qualche settimana fa poi c’è stato una fiaccolata in piazza assieme alle comunità religiose Ortodosse ed Evangelica.

"Pura emozione, e la testimonianza della fratellanza che esiste fra tutti i popoli nel segno di una vicinanza diventata ancora più forte ora. C’è che nella difficoltà cresce anche la capacità di aiutarsi l’un l’altro, proprio come è stato fatto qualche tempo fa con la parrocchia Ortodosso-rumena, colpita da un furto".

A livello spirituale invece?

"Lì c’è sempre la preghiera, come quella che ha richiesto Papa Francesco per il 25 marzo a tutte le chiese d’Italia e del mondo, unite per un bene più grande di tutti, che in questo caso – e sembra quasi assurdo –, è un dono da chiedere con forza".

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