Le analisi dei tamponi per scoprire il contagio da coronavirus (foto di repertorio)
Le analisi dei tamponi per scoprire il contagio da coronavirus (foto di repertorio)
Macerata, 23 maggio 2020 – "Il mio calvario è iniziato alla metà di marzo e continua ancora oggi. Ogni volta, per chiedere il tampone devo stare attaccato per ore al telefono perché le linee sono intasate". Il maceratese Gianni Giustini, 57 anni, priprietario di un negozio di alimentari ora affidato al nipote, dal 14 marzo è costretto a restare a casa, tranne una parentesi all’ospedale di Civitanova, e ancora oggi non riesce a vedere la fine del tunnel. "Chi sta a casa – spiega – non sa davvero che pesci prendere. Ho telefonato anche alla questura e ai carabinieri per la disperazione di non riuscire a prendere la linea, perché mi facessero il tampone . Alla fine, armato di pazienza, ho fatto a raffica i numeri, finché qualcuno non ha poi risposto".
Finora quanti tamponi ha fatto?
"Due a marzo, un altro alla fine di aprile, poi due in questo mese, dei quali l’ultimo giorni fa".
Esiti positivi?
"Il primo ha dato esito incerto, mentre il secondo è risultato negativo, ma occorre averne due negativi per potere uscire. Gli altri tamponi sono stati positivi, spero che vada bene l’ultimo".
Il problema è quello di prendere la linea, ma il suo nome non figura nell’elenco di quelli che devono sottoporsi automaticamente a questo tipo di accertamento?
"So che ogni volta devo fare una serie di telefonate e poi chiamare la questura, per avere il permesso di uscire di casa per sottopormi all’accertamento".
Quando ha capito di essere stato contagiato dal virus?
"Il 14 marzo sono rimasto a casa perché non mi sentivo bene, mi sono curato pensando di avere una semplice influenza. Invece ho ricevuto una telefonata nella quale mi è stato chiesto se fossi stato in contatto con una persona, e alla mia risposta affermativa, il 17 e il 18 marzo, mi hanno subito fatto fare un tampone".
Lei nel frattempo è stato anche ricoverato?
"Sì, al reparto Covid di Civitanova e sono stato dimesso il 29 marzo".
Qual è il ricordo del personale medico e infermieristico?
"Persone eccezionali, che non si sono mai tirate indietro di fronte a tante situazioni difficilissime. Ho visto dei pazienti entrare sulle loro gambe, e poi essere costretti a ricorrere al respiratore. Io, per fortuna, ho sempre respirato da solo, ma non dimentico le condizioni di chi mi stava accanto in quella corsia".
C’è stato un episodio che ricorderà per sempre?
"Ho visto gente morire. Ricordo un ottantenne che mi chiese il caricabatterie perché aspettava la telefonata del figlio. Erano le 20 e mai avrei pensato che dopo quattro ore sarebbe morto".
I suoi clienti si sono fatti sentire in questi mesi?
"È una piccola attività a conduzione familiare, siamo amici. Quando sono stato ricoverato, mi hanno inondato di messaggi WhatsApp: non me l’aspettavo. Li ho sentiti vicini più che mai e i messaggi mi hanno fatto bene".