Pesaro, 13 marzo 2018 - Nel cuore del borgo di Fiorenzuola di Focara c’è un muretto che delimita un boschetto privato. In un paio di punti quel muretto ha ceduto. Nulla, ovviamente, a confronto delle frane sulla falesia. Ma dà l’idea di quanto tutto il colle San Bartolo, non solo in superficie, stia tremando. Anche nei punti pianeggianti, lontano dagli strapiombi. Anche dove ci si sente al sicuro, con i piedi per terra. Perché se ci si sposta dietro al campanile, a guardare il mare, non ci si sente per niente con i piedi per terra. «Sono seriamente preoccupato per gli abitati», l’allarme del presidente dell’ente parco Davide Manenti. Lì, nella punta del camminamento dietro al campanile sembra di essere sospesi sul nulla. Fiorenzuola è sorretta da un crinale tra due strapiombi e se quel crinale cede si porta dietro anche l’abitato.

E quel crinale sta cedendo. «E’ cambiata proprio la morfologia nelle ultime settimane», riferisce Massimo D’Angeli, presidente di quartiere. Dal crinale si è staccato il piede, un taglio netto ben visibile dalla strada della Marina. E il terreno sui fianchi, con la pioggia, è scivolato in basso «in tanti rivoli di fango che erano una cosa impressionante da vedersi». E’ scivolato così tanto terreno da portare alla luce un pezzetto di muretto antichissimo, che gli abitanti di Focara non avevano mai visto prima: le fondamenta della vecchia chiesa di Sant’Andrea, franata in mare nello storico terremoto del 1916. Il sentiero dell’amore è transennato e la strada della Marina ha crepe larghe 50 centimetri e gli ultimi tornanti invasi da slavine. Nessuno lo vuole dire ad alta voce, ma c’è chi considera ormai inevitabile la sua perdita, troppo costoso metterla in sicurezza: si parla di dover alzare veri e propri muretti di sostegno con pali profondi 30 metri.

In fondo, sul litorale, i fiumi di fango scesi dal colle hanno formato dei laghi tutt’ora visibili. Laghi di fango presenti anche ai piedi di Casteldimezzo, perché la situazione è la stessa dalla fattoria di Mancini a Vallugola, ossia in tutto il fronte colpito dall’incendio di agosto. «Anche oltre questi confini ci sono frane, ma veniali in confronto», sostiene D’Angeli. Per arrivare a Casteldimezzo non si può percorre la vecchia strada comunale: è stata chiusa. Va fatto quindi il giro largo sulla strada principale. Proprio al di sotto del ristorante La taverna del pescatore c’è uno di questi laghi di fango. «Vede quei tronchi d’albero?», Marco Baffoni, titolare del ristorante, indica degli arbusti anneriti a 4-5 metri dal ciglio della strada, nel versante che scende in mare. «Vede che hanno i rami potati? Secondo lei come hanno fatto a tagliarli?», chiede. A piedi non ci si arriva. «Li hanno potato una ventina di giorni fa perché erano qui, sul ciglio della strada, poi la terra su cui poggiano è scivolata fino a lì», la risposta. L’unico tratto che è rimasto intatto è quello in cui i tecnici della Regione hanno recentemente messo, come prova, una stola di contenimento e dei pali profondi che terminano in un basamento in superficie. Per ora, un rettangolo di pochi metri quadri.

«Per mettere in sicurezza il versante dovrebbero fare la stessa cosa fino al mare, ma va fatto in fretta», spiega Baffoni. La Regione ha dato l’incarico ad un consulente esterno di affiancare i suoi tecnici nella progettazione della messa in sicurezza di tutto il fronte incendiato. Si tratta di Erio Pasqualini. «E’ passato qualche giorno fa e ci ha dato ragione: oltre che sul versante con la regimazione delle acque occorre intervenire urgentemente anche ai piedi del colle, con scogliere a raso, per evitare l’erosione marina», rivela D’Angeli.