Silvestro Castellani con il "Carlino" del 1969 che parlava del ritrovamento
Silvestro Castellani con il "Carlino" del 1969 che parlava del ritrovamento

Urbino, 31 luglio 2019 - Nel 1969 il mondo degli storici dell’arte fu a dir poco in subbuglio. La mattina del 3 novembre, un lunedì, su La Nazione apparve un articolo scritto dal poeta e letterato Alessandro Parronchi, un fiorentino della stretta cerchia di amici di Carlo Bo. «Ritrovamento raffaellesco» diceva laconicamente il titolo (il testo è leggibile per intero cliccando qui); dal contenuto emergeva un vero colpo di scena. Un’opera giovanile di Raffaello riaffiorava dalle campagne urbinati. Un vero fulmine a ciel sereno: l’argomentata uscita di Parronchi dava ben da fare agli storici dell’arte. Come è ben noto, i dibattiti, all’inizio civili, finiscono anche in rissa (o “pre-rissa”, come nel caso del convegno che doveva tenersi quest’anno, svanito dai programmi del Palazzo Ducale, ideato per discutere anche di questo dipinto). Ma una domanda supera ogni altra: l’opera che fine ha fatto?
«E’ perfettamente conservata al Palazzo Ducale di Urbino, in un magazzino, ma sarebbe ora di mostrarla alla città, a quanti vogliono farsi una opinione», racconta Silvestro Castellani, restauratore che 50 anni fa staccò il dipinto da una cappella a ridosso di una villa storica nei pressi di Pallino.
Castellani, ci racconti come scoprì questo lavoro...
«Nel giugno 1969 lavoravo come restauratore esterno al Palazzo Ducale di Urbino. Ero tornato da poco da Firenze, dove avevo lavorato per sei anni come apprendista restauratore negli studi di Rosi - Tintoni - Del Serra. Lì conobbi anche il professor Alessandro Parronchi, che poi ritrovai a Urbino come prof di storia dell’arte».


Uno degli affreschi prima e dopo il restauro
Cosa accadde in quel giugno?
«Vennero da me due signori: lei una Moscati originaria della nostra città; lui, il marito romano, Leonida Quercetto, entrambi residenti nella capitale. La Moscati aveva avuto in eredità una casa poderale molto grande, una antica villa nei dintorni di Urbino. Attaccata all’angolo della villa c’è una cappellina tondeggiante, dipinta all’interno con ornamenti fine Settecento. Erano indecisi sul da farsi».
E dunque?
«Andai, mi resi conto che sotto quattro strati di pittura ornamentale era possibile scorgere anche un’altra pittura: un dipinto monocromo. I signori Quercetto si mostrarono incuriositi della situazione, si pensò di eliminare le quattro imbiancature sovrastanti il colore e richiesero un mio parere. Pian piano scoprii l’affresco di cui parliamo. Ne discussi con Alessandro Parronchi».
Cosa disse?
«Venne a vedere la cappella molte volte, rimase entusiasta quando la visitò e un giorno mi disse che a sua mente il tutto era stato dipinto da Raffaello giovane».
E’ così che nacque l’articolo?
«Sì. I proprietari decisero di far staccare gli affreschi, che tecnicamente sono “affresconi”, ovvero fatti con un procedimento diverso dall’affresco: in breve, sono più complessi da staccare, più delicati. Lo Stato decise di acquistarli e ora sono, ricostruiti in una cappella da me ricreata, dentro il Palazzo Ducale. La villa, invece, è ora di proprietà dell’Università. Sicuramente andrebbe valorizzata, ci sono ancora lavori da fare».







A sinistra, la cappellina dove vennero staccati gli affreschi (foto del 1969)
Lei ha convissuto con le opere d’arte per una vita. Sul dipinto di Pallino la pensa come Parronchi?
«Certo, sì. L’autore non disegnò le figure, le incise sulla calce fresca. Su suggerimento di Parronchi feci un calco di quelle figure e dal disegno che ne risulta – frutto dei segni dell’autore – da come sono decisi, maturi, simili nella posizione a opere successive di Raffaello (pensiamo solo al Sogno del Cavaliere che è a Londra), gli diedi ragione. A Urbino verso il 1495 chi poteva dipingere così? Raffaello. Curiosamente quest’opera è nascosta alla vista di tutti. Ma per il 500° della morte del pittore è giusto riesumare il dibattito. Confrontiamo opere successive con questa, riesaminiamo le riflessioni di Parronchi che nel 1973 vennero contestate, attribuendo al Perugino l’impianto della cappella, a Giovanni Santi l’esecuzione. Ma davvero il giovane Raffaello rimase lì a guardare?».

Il disegno degli affreschi ricavato dalle incisioni sul muro
Alla fine, secondo lei di chi sono gli affreschi?
«Per me le figure sono state incise sul muro da Raffaello. Poi forse altri, gli aiuti di bottega, hanno dipinto e lui ha corretto sopra. E allora mostriamo questo lavoro al pubblico».