Un programma in grado di spiare tutto quello che entra o esce dal nostro cellulare. È il timore di molti, specie all’interno delle coppie che scricchiolano. Un timore che nel caso della protagonista di questa vicenda, una ultra-quarantenne di Ravenna, si era rivelato fondato, come le aveva spiegato il tecnico del negozio di elettronica a cui si era rivolta. I sospetti alla fine sono ricaduti sull’allora consorte, da cui si è poi separata, un ravennate di qualche anno più grande di lei per il quale ieri, in seguito a opposizione al decreto penale di condanna, davanti al giudice Tommaso Paone e al viceprocuratore...

Un programma in grado di spiare tutto quello che entra o esce dal nostro cellulare. È il timore di molti, specie all’interno delle coppie che scricchiolano. Un timore che nel caso della protagonista di questa vicenda, una ultra-quarantenne di Ravenna, si era rivelato fondato, come le aveva spiegato il tecnico del negozio di elettronica a cui si era rivolta. I sospetti alla fine sono ricaduti sull’allora consorte, da cui si è poi separata, un ravennate di qualche anno più grande di lei per il quale ieri, in seguito a opposizione al decreto penale di condanna, davanti al giudice Tommaso Paone e al viceprocuratore onorario Pietro Plachesi, è partito il processo per interferenza illecita nella vita privata (articolo 615 bis del codice penale). La signora si è costituita parte civile e il giudice ha rinviato l’inizio delle udienze istruttorie a fine novembre. Dato che si tratta di un reato perseguibile a querela (le pene previste vanno da 6 mesi a 4 anni di reclusione), per quella data gli ex coniugi potrebbero avere raggiunto un accordo che, come tale, farebbe cessare il processo. Nel frattempo proveremo a raccontarvi una vicenda dalle caratteristiche in fondo potenzialmente molto diffuse. Del resto gli ingredienti di base – una coppia in crisi e un computer di famiglia – sono assai comuni. Si parte dal 19 febbraio 2018 quando la donna, temendo che qualcuno potesse avere il controllo del suo cellulare, si era presentata in questura per una prima querela contro ignoti. Il giorno dopo erano maturati altri sospetti: in particolare il computer portatile di famiglia conteneva qualcosa di strano, una sorta di programma spia capace di raccogliere sia messaggi che foto scambiate con il suo cellulare tramite l’applicazione whatsapp, compresa la geolocalizzazione (la posizione esatta) dell’apparecchio.

Ecco che aveva deciso di rivolgersi a un centro specializzato. Dal tecnico era arrivata la conferma: si trattava proprio di un programma spia collegato al suo telefonino almeno dal 2015 a detta dell’esperto. Lei aveva chiesto di bloccare immediatamente quel tipo di accesso e aveva lasciato tutto in negozio per poi rincasare. Quando il marito era tornato, aveva subito notato che il portatile non era più nell’abitazione: e secondo la donna, quando lei gli aveva spiegato di averlo portato a riparare a causa di un malfunzionamento legato all’uso di un programma, lui aveva avuto una reazione di rabbia ed era subito andato al centro riparazioni per recuperarlo. Ma una volta qui, il dipendente non glielo aveva riconsegnato dato che non era stato lui a portarlo: la conseguente discussione, aveva fatto scattare l’intervento di una Volante. Tutto poi messo nero su bianco dalla donna in una seconda querela, contro il marito, nella quale spiegava che lui si era detto molto deluso dal comportamento di lei. E che quando la donna le aveva chiesto spiegazioni circa il controllo del proprio cellulare, l’uomo – ora difeso dagli avvocati Enrico Piraccini e Claudio Cicognani - avrebbe ammesso, tuttavia circoscrivendo l’azione negli ultimi 40 giorni. L’epilogo di questa vicenda lo conosceremo in autunno.

a.col.