Rimini, 6 febbraio 2021 - L’ha scannata con un coltello da sub. Senza pietà, con la ferocia e la brutalità tipica di un killer, senza mostrare alcuna umanità e pentimento. Salvatore Carfora, 39 anni, originario di Torre Annunziata (Napoli), pregiudicato e gregario di bassa lega della cosca oplontina Gallo-Limelli-Vangone, ha utilizzato un’arma micidiale e terribile: un pugnale appuntito e tagliente, che non lascia scampo. Non è un caso se viene considerato, anche dal legislatore, una vera e propria arma impropria.
Ebbene quella lama di acciaio che ha tolto la vita a Sonia Di Maggio (foto), 29 anni, sua ex fidanzata, originaria di Rimini, nella prima serata del primo febbraio, mentre si recava con il compagno Francesco Damiano al supermercato per comprare un pacco di pasta e un litro di latte, è stata finalmente trovata.

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Gli agenti del commissariato di Otranto l’hanno rivenuta, dopo una ricerca durata tre giorni, non nell’erba alta della campagna di Minervino di Lecce, ma ben nascosta sotto un cumulo di pietre, nei pressi della scuola elementare di Specchia Gallone, il borghetto cinquecentesco dove Sonia sognava di stabilirsi, dando così una direzione alla sua vita travagliata. A duecento metri dal via Pascoli e dal corpo senza vita della ragazza romagnola.

Un trinciante lungo 20 centimetri, con una lama di 8 con cui Carfora ha inferto 22 coltellate, in brevissimo tempo, al volto e al collo della sfortunata ragazza. Una vera e propria esecuzione camorristica, un rituale mafioso secondo cui bisogna punire con la morte chi si rende "colpevole" di tradimento. A nulla è valso, nelle settimane precedenti, il tentativo di far ragionare Carfora che considerava quella donna, con cui aveva avuto una storia di alcuni mesi terminata la scorsa estate, come una sua "proprietà". Poco distante dal ritrovamento del coltello, gli investigatori della polizia di Stato hanno trovato anche lo zainetto con gli indumenti: il giubbotto, la felpa, i pantaloni e i calzini. Insanguinati, celati dentro quel sacco da viaggio che Carfora si era portato dietro da Napoli, immaginando di doversi cambiare perché i vestiti sarebbero stati troppo sporchi per non destare sospetto.

E dopo il cambio di abiti, il pregiudicato ha nascosto ogni cosa dietro un muretto a secco, tutto ben riposto sotto un cumulo di pietre. Dopo l’omicidio e aver indossato indumenti puliti, l’assassino ha vagato per le campagne, nascondendosi per la notte. Alle 7 ha comprato nei pressi della stazione di Otranto un panino e ha chiesto due cicchetti al bar. Poi si è stravaccato su una panchina in attesa del treno. E’ qui che lo hanno arrestato, dopo una caccia durata poco meno di 12 ore.

Davanti al gip Giulia Proto, Carfora – difeso dall’avvocato Cristiano Solinas - ha raccontato il suo vagabondaggio notturno dopo aver ucciso Sonia. Ha ammesso le sue colpe, ha spiegato – nel corso di un interrogatorio durato un’ora e mezza nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce – la causa scatenante di una vendetta tanto efferata e sanguinaria. Ha risposto alla gip sulle minacce telefoniche rivolte a Sonia e Francesco nelle scorse settimana prima del delitto, ha riferito chi gli avesse ceduto quel coltello e perché si era già portato dietro abiti puliti, a dimostrazione di una pianificazione. "Volevano mettersi contro di me, ho fatto vedere chi ero io. Avrei dovuto però fare fuori anche lui", è l’unica affermazione sopra le righe. Ha raccontato che Francesco è riuscito a sfuggire alla morte solo perché Sonia, in modo generoso, ha cercato di bloccare la sua furia assassina, difendendo il suo amore. Altruismo e nobiltà d’animo che però le sono costati cari. "Ho ricevuto l’incarico solo questa mattina (ieri,ndr), con Carfora ho avuto solo un breve colloquio tecnico – dice Solinas al Resto del Carlino -. Il mio assistito è stato collaborativo, ha risposto su tutto. Nei prossimi giorni valuteremo cosa fare, avrò con lui un incontro in settimana. Scuse ai familiari di Sonia? Non lo escludo, ma non ne abbiamo ancora parlato". La gip Proto deciderà nelle prossime ore.