Michele Brusaferro è salito sul ring con la protesi al braccio
Michele Brusaferro è salito sul ring con la protesi al braccio

Rovigo, 30 novembre 2018 - «La disabilità è un limite che esistesolo nella mente delle persone. Non mi sono mai sentito meno abile degli altri a fare qualcosa. Sono così salito sul ring ed ho cercato di stendere il mio avversario con una mano». Michele Brusaferro, 55 anni, brillante avvocato rodigino, nonché ex assessore al Commercio della giunta Bergamin, è il primo atleta con protesi a un braccio, nel suo caso il sinistro, che ai Campionati nazionali di Gym boxe ha incrociato i guantoni con un pugile normodotato, combattendo nella categoria Over, cioè tra i 51 e i 65 anni, sotto i 70 chilogrammi di peso. 
L’incontro è avvenuto, circa due settimane fa, al Pala Santoro di Roma. Contro Paolo Piromalli della Gladiators Borgia (Roma), Brusaferro ha perso dopo due riprese, ma ha vinto la lotta al pregiudizio.

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Cos’hai provato quando ti sei trovato faccia a faccia con il tuo avversario?

«Fino a quel momento non sapevo se mi avrebbero permesso di salire sul ring e di proseguire nell’incontro. Quando all’angolo l’arbitro mi ha dato il benestare, sentivo di aver già vinto. Questo in effetti ha fatto un po’ scemare la concentrazione, perché stavo già pensando al passo epocale che eravamo riusciti a fare. Mi ero talmente preparato per quel momento, che quasi non ci credevo. Il mio avversario mi sembrava che mi sorridesse, per cui ho iniziato l’incontro quasi come fosse un allenamento con un mio compagno di palestra. Dopo i primi secondi, però, mi sono concentrato solo sull’incontro, con un unico pensiero: cercare di vincere contro un avversario che, partito in sordina, si dimostrava, ad ogni secondo che passava, sempre più bravo».

Avvocato, bellissima famiglia, grande sportivo. La grinta di arrivare sempre a traguardi brillanti è legata al fatto di dover fare i conti con la disabilità?

«Fin da piccolo in famiglia non ho ricevuto sconti. Ho sempre saputo che se volevo raggiungere un obiettivo, dovevo meritarmelo».

Come hai affrontato il tema della disabilità con i tuoi figli?

«Ho insegnato loro che la disabilità non esiste. Cerco di insegnare loro tenacia e caparbietà. In casa mia, sin da piccolo, non sono mai stato trattato da disabile. Tant’è che mio fratello più grande mi ha persino chiesto cosa mi stava succedendo, dicendo che per la prima volta mi dichiaravo disabile, quando per tutti questi anni non mi ero mai comportato, né mi ero mai considerato, né ero mai stato considerato tale. I miei figli, quindi, hanno un rapporto con l’esterno estremamente neutrale ed accettano le persone per quello che sono, dando per scontato che non tutti siamo uguali, ma che ciò non significa necessariamente avere dei limiti. I limiti, purtroppo, ci vengono dati troppo spesso dall’ambiente e dalle persone che ci circondano, a volte con falsi pietismi. Quando ho fatto per la prima volta la patente, poiché io non volevo l’obbligo del cambio automatico, mio padre ha chiesto all’esaminatore di giudicarmi solo dopo la prova di guida. Indovina il verdetto? Quando ho voluto farmi la patente per la motocicletta, in motorizzazione sono stato visto come un extraterrestre. Dopo di me, però, poi sono arrivati altri».

Qualche giorno fa hai denucniato sulla stampa le troppe barriere architettoniche presenti a Rovigo. E’ vero che sei stato poi anche minacciato?

«Sì, sono intervenuto sull’argomento e mi spiace anche essere stato attaccato sul piano personale. Sfiderei chiunque a farsi un giro per Rovigo in sedia a rotelle e gli farei trarre le debite conclusioni. Sul piano dell’educazione e della cultura, se solo ti azzardi a rimproverare qualcuno, facendogli notare che sta calpestando i diritti e la libertà di altri, spesso, troppo, vieni mandato a quel paese, se non aggredito e minacciato (non solo in senso figurato). In questi ultimi giorni mi è successo ripetutamente. Per cui, io penso che si dovrebbe partire proprio da questo ultimo aspetto. Una campagna di sensibilizzazione, senza sterili polemiche, mi sembrerebbe una buona partenza. È per questo che mi rattrista l’essere stato attaccato per essermi fatto portavoce di una problematica che è oggettiva».

I tuoi prossimi obiettivi sportivi?

«Vorrei partecipare ad altri tornei, per portare un esempio che serva da stimolo per tanti altri, e magari riprovare ai campionati nazionali del 2019, per vedere se riesco a portare a casa la cintura di campione d’Italia, ci terrei per fare onore ai miei maestri Cristiano Castellacci, Carlo Brancalion ed Enrico Pizzardo che mi hanno preparato ed hanno creduto in me e in questa sfida».