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29 apr 2022

Sira, innovazione e creatività contro la crisi

Il presidente Gruppioni: "Vogliamo continuare a investire e a portare avanti i nuovi progetti che abbiamo in gestazione". Export in 28 Paesi

luca orsi
Economia

di Luca Orsi

Innovazione e creatività. Tecnologia avanzata e know-how di altissimo livello. Sono i pilastri che hanno fatto di Sira Industrie – azienda con quartier generale a Pianoro, nel Bolognese, fondata nel 1958 da Gaetano Gruppioni – un fornitore leader di pressocolati in alluminio per il settore dell’automotive e un marchio storico nel mercato dei termosifoni per riscaldamento.

Presidente e amministratore delegato è Valerio Gruppioni, 63 anni, cresciuto professionalmente all’interno del gruppo, seconda generazione alla guida dell’azienda insieme con la sorella Katia, vicepresidente.

Presidente Gruppioni, una mini scheda di Sira.

"Il gruppo, che ha la sede centrale a Pianoro, occupa circa 800 dipendenti. Nei nostri stabilimenti lavoriamo circa 40mila tonnellate di alluminio per produrre getti pressocolati. Dopo un 2020 di transizione, abbiamo chiuso il 2021 con un fatturato di 130 milioni di euro".

Come è suddiviso oggi il mix produttivo di Sira?

"Il settore dell’automotive incide per l’80%. Produciamo sottobasamenti, scatole motore, cambi... Tutto ciò che è in alluminio sulle auto. Siamo fornitori dei più importanti costruttori sul mercato. Il restante 20% della produzione è rappresentato da radiatori per il riscaldamento domestico, con cui abbracciamo quasi tutti i mercati. In questo campo siamo stati i primi, con un nostro rivoluzionario brevetto bimetallico, a produrre termosifoni in alluminio fuori e in acciaio dentro".

Nel complesso, in quanti mercati siete presenti?

"Siamo un’azienda votata all’export. Esportiamo in 28 Paesi. Europa, Stati Uniti e Far East. Abbiamo otto stabilimenti. Sei sono in Italia, gli altri in Cina e in Nordafrica. Continuiamo a perseguire la nostra politica di internazionalizzazione e non di delocalizzazione delle produzioni".

Avete rapporti con la Russia?

"Siamo usciti da una joint venture e dagli investimenti sul mercato russo nel 2015. La Russia è stata preponderante nel nostro fatturato, mentre ora non è più una voce significativa. Lo è per il reperimento di materie prime, ma è un problema che tocca tutto il mondo".

Come affrontate questo periodo di instabilità mondiale?

"Vogliamo continuare a investire e a portare avanti i nuovi progetti che abbiamo in gestazione dall’anno scorso. Siamo nella fase di passaggio fra motore termico, ibrido ed elettrico, che rappresenta una delle grandi sfide del futuro. In questi anni di transizione energetica e di mobilità green vogliamo essere protagonisti".

Con quali tempi?

"Credo che il termine del 2035 per il ‘tutto elettrico’, cioè con lo stop ai motori a benzina e diesel, sia un po’ ottimistico. Basti pensare al numero di colonnine di ricarica che servirebbero se tutti ci muovessimo con mezzi elettrici. Insomma, ci andrei un po’ più cauto. Ancor più ora che questa guerra vergognosa, che tutti auspichiamo finisca presto, rende il futuro poco chiaro. Se poi ci aggiungiamo il rincaro dell’energia e delle materie prime...".

Avete fonderie, siete un’azienda molto energivora, che oggi ha spese enormi. Che cosa chiedete alle istituzioni?

"Cerchiamo innanzitutto di capire come l’Unione europea può venire incontro alle imprese e a sollevarle, almeno in parte, da questa insostenibile impennata di costi. Perché la priorità è intervenire con aiuti importanti in tema di costi energetici".

Si parla anche di un possibile Patto per l’Italia.

"Credo sia importante che governo, banche e imprese siedano intorno a un tavolo unico per affrontare i cambiamenti in maniera strutturale, non episodica. E spero che ci sia la dovuta attenzione, il dovuto ascolto del mondo delle imprese, che garantiscono posti di lavoro e sono i motori trainanti dell’economia".

Sono in arrivo anche i miliardi del Pnrr, il Piano di ripresa e resilienza. Che ne pensa?

"Sono tra coloro che credono sia necessario fermarsi e rivedere i termini del Pnrr. Lo scenario di fondo – per tutti: governo, imprese, famiglie – è completamente stravolto rispetto a quello iniziale per cui il Pnrr fu pensato. Non è possibile non tenerne conto".

Ritiene che questi cambiamenti siano irreversibili?

"Penso che non si tornerà più al mercato di cinque anni fa, non si tornerà alla globalizzazione feroce del passato. Ritengo che si tornerà a produrre nei bacini in cui c’è richiesta. La tendenza ormai è di rafforzarsi per le produzioni interne".

Quanto tempo ci vorrà per tornare a una certa stabilità?

"È molto difficile dirlo, ci vorrebbe una palla di vetro per cercare di interpretare i prossimi cambiamenti del contesto globale. Basti pensare che solo due mesi fa speravamo che, sfumata la pandemia, si potesse recuperare un po’ di tranquillità. Il lavoro era ripreso in maniera importante. Invece ci troviamo alle porte di casa un conflitto di cui purtroppo non si vede la fine. Penso quindi che per recuperare un po’ di stabilità ci aspetti un lungo percorso, con grandi sacrifici per tutti. Sta nell’abilità di chi prende le decisioni, di chi governa, rendere più rapido il ritorno a tempi migliori".

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