Ferrara, 31 ottobre 2017 - Tanti sapevano (e sanno). Nessuno ha avuto il coraggio, e la dignità, di riferire la verità al magistrato. «Solo una serie di fattori negativi – i numerosi anni dal delitto, l’assenza di una prova scientifica e l’atteggiamento omertoso e di ostacolo di alcuni soggetti – ha impedito il coronamento dell’attività investigativa». Uno sfogo amaro, un attacco durissimo a quella parte di Goro, «omertosa e menzognera», che continua a tacere sui responsabili dell’omicidio di Willy Branchi, la notte del 29 settembre 1988. Il documento – la richiesta di archiviazione per don Tiziano Bruscagin – porta la firma del pm Giuseppe Tittaferrante: otto pagine dove viene ricostruita la verità storica, con nomi e cognomi dei presunti responsabili e dei tanti che conoscono la verità.

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«Una serie di persone, – attacca – coinvolte a vario titolo nell’inchiesta, che hanno palesato un evidente fastidio di fronte agli inquirenti» capaci di portare avanti un’indagine nonostante «le enormi difficoltà accentuate dalla reticenza e da un vero e proprio atteggiamento menzognero». Tra queste gli indagati per falso: don Tiziano Bruscagin, l’ex parroco di Goro, e il pensionato Carlo Selvatico. «Ma altri avrebbero potuto seguire la medesima sorte (si fanno due nomi ben precisi, ndr) se non avessero subito ritrattato le loro false dichiarazioni». Ha ritrattato don Bruscagin, un ‘salvagente’ che ha portato ora la procura a chiederne l’archiviazione ma senza sconti per il suo atteggiamento «ostruzionista».

Fu lui che in un’intervista al Carlino fece i nomi dei presunti colpevoli e di un testimone chiave. Per poi negare una volta sentito in via Mentessi. «Il prelato – riprende Tittaferrante – non solo non ha fornito ausilio agli inquirenti ma ha addirittura posto in essere una condotta ostruzionistica, come documentato da un’intercettazione ambientale». E’ il 16 aprile 2015 quando il don e il testimone tirato in ballo sono in procura. «E Bruscagin ha incredibilmente invitato T., in quel periodo sottoposto a intercettazioni, a non parlare per telefono, all’evidente scopo di eludere una eventuale attività captativa». Sempre in quella circostanza emerge un particolare importante: la presenza di una lettera in cui il presunto omicida «farebbe riferimento alla morte di Willy» e che «documenterebbe l’esistenza di un legame» tra i due.

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Nella missiva, trovata dalla nuora di quest’uomo dopo la sua morte, «si sarebbe autoaccusato dell’assassinio». Davanti al pm finiscono sia lei che il marito (figlio del presunto responsabile), ma entrambi «hanno dapprima falsamente negato di ricordarsi della lettera, salvo poi ritrattare». Anche in quel caso le «falsità» emergono da un’ambientale. I due, infatti, usciti dalla procura, «confabulando, affermavano di aver fatto bene a sostenere la bugia». Sarà la donna, poi, a ‘ricordare’ di aver aperto la missiva arrivata nel 1998. «Scritta in corsivo, calligrafia incerta, il destinatario mio suocero. Caro..., è tanto tempo che non ci vediamo, ... Volevo vederti, ricordo le tue mani, i lividi che avevi. Ho saputo cosa è successo a Willy e mi dispiace...». Quella lettera (firmata da un uomo) oggi non è mai venuta alla luce. Tra Willy e il suo presunto assassino, scrive ancora il pm, esisteva «un legame astrattamente non spiegabile, attesa la differenza di età e l’assenza di legami familiari», e che potrebbe «indurre a leggere la relazione proprio nell’ottica paventata nell’esposto della famiglia Branchi», considerata «l’inclinazione all’omosessualità di ... e la tendenza a relazionarsi sessualmente con individui molto più giovani e portatori di significative problematiche».

Viene ricordata anche la testimonianza di una donna che, il giorno dell’omicidio, vide lo stesso uomo gironzolare attorno ad un impaurito Willy. L’ultima parte è dedicata a Carlo Selvatico, l’altro indagato per falso, per il quale incombe la richiesta di rinvio a giudizio. «Una delle diverse persone che hanno frapposto seri ostacoli all’accertamento della verità, palesando un atteggiamento di non collaborazione, anche a costo di essere incriminati».