Ravenna, 27 dicembre 2017 - Il ricorso è stato dichiarato nullo. La partita su malattie da amianto e lavoratori ex Anic, questa volta si è arenata in una questione di legittimità senza cioè entrare nel merito dei fatti. Si trattava di una costola civilistica del maxi-processo penale. Ovvero di un’azione di rivalsa da oltre quattro milioni di euro per le prestazioni erogate dall’Inail – l’istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro – a causa delle malattie professionali riconosciute a suo tempo a 30 ex lavoratori, di cui otto già deceduti.

I 30 in particolare facevano parte delle 32 posizioni – su un totale di 78 operai morti o comunque ammalati per presunta esposizione da amianto – dichiarate prescritte dal gup Piervittorio Farinella che nel febbraio 2014 aveva rinviato a giudizio 21 persone tra legali rappresentanti e responsabili di settore dell’ex Anic.

Il giudice Francesca Capelli del tribunale civile di Milano – sezione lavoro –, pur compensando le spese di lite, con motivazioni di sentenza depositate nei giorni scorsi ha stabilito che debba essere accolta "l’eccezione di nullità del ricorso" per "indeterminatezza della domanda". In buona sostanza a suo avviso l’Inail non ha sufficientemente "specificato quali fossero i fatti posti a fondamento delle proprie pretese".

In particolare "non ha indicato, con riferimento a ogni singolo lavoratore, quali siano i comportamenti" che potrebbero avere innescato le malattie. Secondo il giudice, mancano anche i nomi dei responsabili di settore che, caso per caso, "avrebbero attuato comportamenti contrari a norme di legge". Impossibile dunque individuare l’eventuale esistenza di "un nesso causale tra le attività svolte, le condizioni di lavoro e la malattia contratta da ogni singolo lavoratore".

Di tutt’altro parere Inail nel cui ricorso – a firma degli avvocati Gianluca Mancini e Andrea Biffi – nella parte introduttiva comparivano le 77 pagine di avviso di conclusione indagine penale che elencavano le presunte singole responsabilità per ogni lavoratore ammalato o deceduto. A questo punto per l’istituto le vie percorribili potranno essere due: potrà fare appello; oppure, in ragione della dichiarata nullità, potrà anche riproporre il ricorso, magari con opportune modifiche, ad altro tribunale, vedi quello di Ravenna.

La scelta del Foro milanese era stata dettata da un circostanza precisa: è nella città meneghina che ha sede legale la ‘Syndial Attività Diversificate spa’, società del gruppo Eni già chiamata, in qualità di responsabile civile, a essere presente durante il maxi-processo penale sempre in tema di esposizione da amianto al petrochimico che si era chiuso nel novembre dell’anno scorso a Ravenna con assoluzioni, prescrizioni e la condanna per un solo caso di lesioni.

Inail chiedeva al giudice milanese di condannare la spa lombarda a risarcirle tutte le somme fin qui erogate per le malattie professionali da amianto riconosciute ai 30 operai rimasti fuori dal maxi-processo. La cifra è esattamente di 4 milioni e 77 mila euro di cui 2 milioni e 623 mila erogati per le otto persone morte (dipendenti di Anic ed Enichem). E un milione e 454 mila per le 22 ancora in vita sebbene sia stata loro diagnosticata la malattia. Una contesa che, almeno per ora, si è arenata in una questione di legittimità.