Rimini, 10 febbraio 2018 - I loro sogni di una vita serena, lontana dal Paese d’origine, la Nigeria, si sono infranti in una notte di agosto, quando il loro primogenito, 16 anni appena, è diventato uno dei quattro componenti del branco che ha seminato violenza e terrore a Miramare. Vent’anni di sacrifici cancellati in un colpo solo dall’orrore di una notte per i genitori del ragazzo nigeriano, complice di Guerlin Butungu, il capo, e dei due fratelli marocchini, di 14 e 17 anni, condannati per il duplice stupro, le rapine e i pestaggi di agosto.

image

Giovedì mattina la coppia nigeriana, autotrasportatore lui, donna delle pulizie part-time lei, era in aula durante il processo a carico del figlio (difeso dagli avvocati Teresa Lagreca e Alessandro Gazzea) e degli altri due minorenni. Hanno ascoltato, parola per parola, in silenzio, poi hanno parlato anche loro, papà e mamma.

"Chiedo scusa alle vittime per tutto il male che mio figlio ha fatto loro, ancora adesso non riusciamo a credere che sia vero – ha esordito il padre –. Abbiamo lasciato la Nigeria vent’anni fa per offrire ai nostri figli una vita migliore. I nostri figli sono nati qui, in Italia. Abbiamo sempre lavorato, giorno e notte, per non fare mancare nulla ai nostri bambini. Siamo andati a vivere anche in una zona tranquilla di Pesaro, proprio per farli crescere in un ambiente sano, pulito. Abbiamo insegnato loro i valori che la nostra fede cristiana ci impone, il rispetto, l’onestà, la bontà d’animo. Noi siamo molto credenti e praticanti. Con il più grande è stato tutto vanificato dalle cattive compagnie, nostro figlio non era così, è cambiato quando ha iniziato a frequentare gli altri".

La trans: "In cella imparino il rispetto"

"Quante volte gli ho detto di smettere di uscire con quei tre, non mi piacevano, non è servito a nulla - ha continuato il padre -. Prego ogni giorno per quelle donne e quel ragazzo, così come prego Dio che aiuti mio figlio a comprendere il male che ha fatto e soprattutto che lo aiuti a diventare un uomo migliore".

Distrutta dal dolore la madre. Spesso in lacrime quando ascoltava le testimonianze, la donna ha parlato anche lei davanti a giudici: "Sentire dalla voce di mio figlio che teneva ferma una ragazza mentre un altro la violentava, per me sono state autentiche coltellate – ha esordito–. E’ stato terribile come donna e come madre. Ma come ha potuto farlo, proprio lui che era così tranquillo, maturo? Non riesco a spiegarmelo, siamo sconvolti e chiedo scusa a quelle donne, mille volte scusa. Il nostro mondo è crollato".

Poi è arrivata la condanna per il 16enne come per gli altri due minorenni: nove anni e otto mesi. "Non lo abbandoniamo, è nostro figlio – è stata la reazione a caldo dei genitori del nigeriano –. Da questa sentenza può ripartire, nel carcere di Roma può iniziare un nuovo percorso. Almeno due volte al mese, tutti insieme, andiamo a trovarlo. Lo abbiamo fatto a Natale, per il suo compleanno. Sono sacrifici, tanti, ma lui è nostro figlio, un pezzo del nostro cuore".

Stupro a Rimini, espulso dal tribunale il papà dei due marocchini violentatori