I genitori di Antonio De Meo
I genitori di Antonio De Meo

Castel di Lama, 10 agosto 2019 - «A dieci anni dalla morte di Antonio rimane il profondo senso di smarrimento, nei miei occhi c’è quel posto vuoto, che niente e nessuno potrà mai riempire. Sopravvivere alla morte di un figlio è come morire lentamente». Sono le parole di mamma Lucia Di Virgilio, nel decennale della scomparsa del figlio, Antonio De Meo, morto a seguito di un’aggressione compiuta a Martinsicuro, il 10 agosto del 2009, da parte di tre rom. Mamma Lucia non si dà pace, vuole ricordarlo.

Sono passati dieci lunghi anni, qual è il suo sentimeto?

«La morte di Antonio ci ha fatto sperimentare il profondo senso di impotenza, perché a distanza di anni l’unica cosa di cui siamo convinti è che le persone che hanno concorso a quel delitto non hanno pagato come dovevano. Quando è morto Antonio il mondo ci è crollato addosso, poi pian piano si acquista quel coraggio e quella forza di andare avanti, a volte per inerzia, a volte con coraggio».

Com’era Antonio?

«Antonio era un ragazzo straordinario, uno studente modello dell’università di agraria, che lavorava d’estate per mantenersi agli studi. Di lui rimane il ricordo di un giovane generoso e altruista nei confronti di chi stava male. Per questo ed altri motivi ho deciso che quella sua prerogativa non poteva finire. Sentivo dentro di me il bisogno di far sopravvivere il suo ricordo, la sua straordinarietà, il suo animo bello e generoso. Antonio portava cibo ai senzatetto e noi abbiamo deciso di proseguire sulla stessa strada, per questo abbiamo creato l’associazione Antonio De Meo onlus, che aiuta un centinaio di persone in difficoltà. Abbiamo fondato l’associazione e ogni giorno raccogliamo alimenti e vestiti che vengono distribuiti alle persone che non ce la fanno ad andare avanti. In questa nostra missione siamo aiutati da tante straordinarie persone, che non fanno mancare il loro sostegno, a cominciare dal sindaco Mauro Bochicchio, che ci ha sempre supportato».

Oggi Antonio avrebbe avuto 33 anni...

«Sarebbe stato un giovane straordinario, pieno di speranza e di fiducia per il prossimo, che invece non lo ha saputo proteggere. Forse avrebbe avuto una famiglia, chissà».

Lucia, a distanza di 10 anni, si sente di perdonare chi ha ucciso suo figlio?

«No, il mio perdono non l’avranno mai, mi hanno strappato ciò che avevo di più caro, mio figlio, senza motivo, senza pietà, queste sono belve».