Salvatore Parolisi, al centro della foto, partecipa alla fiaccolata  in memoria della moglie  Melania Rea organizzata oggi, 24 maggio 2011, a Somma Vesuviana ( Napoli).
 Tantissimi, oltre duemila, dicono gli amici che hanno organizzato il corteo, coloro che preso parte a questo commosso, ennesimo addio, a Melania, nel giorno del suo ventinovesimo compleanno.
ANSA / CIRO FUSCO
Salvatore Parolisi, al centro della foto, partecipa alla fiaccolata in memoria della moglie Melania Rea organizzata oggi, 24 maggio 2011, a Somma Vesuviana ( Napoli). Tantissimi, oltre duemila, dicono gli amici che hanno organizzato il corteo, coloro che preso parte a questo commosso, ennesimo addio, a Melania, nel giorno del suo ventinovesimo compleanno. ANSA / CIRO FUSCO

Ascoli, 18 aprile 2016 - Cinque anni senza Melania Rea. Il 18 aprile del 2011 la giovane mamma di Somma Vesuviana veniva barbaramente uccisa con decine di coltellate nel bosco di Ripe di Civitella.

Il cadavere venne trovato due giorni dopo. A distanza di tempo il dolore per la scomparsa della donna non si è attenuato tra i familiari, che lottano per avere giustizia per l’ assassinio per il quale il marito di Melania, Salvatore Parolisi, sta scontando una condanna a venti anni di reclusione. Una pena troppo mite, come ha più volte commentato il papà di Melania, Gennaro, che oltre alla riduzione di pena dopo i trent’anni inizialmente stabiliti (per esclusione dell’aggravante della crudeltà), ha dovuto buttare giù un altro boccone amaro: il trasferimento ad ottobre scorso di Parolisi dal carcere di Teramo a quello militare di Santa Maria Capua Vetere, una struttura che, secondo Gennaro, assomiglia più ad un residence che ad un vero penitenziario.

Per questo il padre di Melania scrisse di proprio pugno una lettera indirizzata al ministro della Difesa, Roberta Pinotti. «Chi vi scrive è Gennaro Rea – scrive –, padre di Melania Rea, uccisa da 35 coltellate, dal marito, ma senza crudeltà, come dicono i giudici. Ebbene, ora lo stesso sembra essere stato trasferito dal carcere di Teramo a quello militare di S. Maria Capua Vetere. La cosa lascia perplessi non solo perché il reato commesso non ha nulla a che vedere con i reati militari ma perché la sentenza, dal punto di vista della responsabilità penale, è ormai definitiva. Non si comprende come un militare condannato per omicidio in via definitiva sulla responsabilità (e ora ormai anche sulla pena, dopo la sentenza della Corte di Assise di Appello di Perugia) possa ancora mantenere lo status di militare, persino godendo di qualche privilegio connesso alla suddetta condizione. Lo dico e lo penso, non solo da padre della vittima, ma da militare, quale sono io stato, avendo ricoperto la carica di 1° maresciallo dell’Aeronautica Militare prima del pensionamento. Vi prego pertanto di provvedere al più presto a far scontare la misera pena di Parolisi, al confronto dell’ergastolo del mio dolore, presso un normale carcere, con i delinquenti e gli assassini comuni, quale egli è».

Nel frattempo, i legali di Parolisi hanno depositato un ulteriore ricorso in Cassazione contro la condanna stabilita dalla Corte di Perugia, chiedendo l’annullamento della sentenza o in alternativa alcune attenuanti che, secondo gli avvocati Biscotti e Gentile, sono state ingiustamente negate all’ex caporalmaggiore dell’esercito. La decisione è attesa per fine giugno.