Il sindaco di Arquata, Aleandro Petrucci
Il sindaco di Arquata, Aleandro Petrucci

Arquata (Ascoli Piceno), 22 agosto 2018 - "Ma quale ricostruzione! Sì, figuriamoci. Qui ci sono le macerie, siamo ancora in totale emergenza". Aleandro Petrucci ha fatto della schiettezza montanara la sua bandiera. Pane al pane e vino al vino, senza giri di parole. A due anni dalla prima scossa, quella che ha devastato la sua Arquata il 24 agosto 2016, la strada verso la rinascita è ancora tutta da percorrere. I compagni di viaggio sono desolanti: le macerie, appunto, i ritardi su ogni fronte, ma anche i numeri di una popolazione che nel frattempo si è dimezzata. E poi i morti. Sì, perché di terremoto si muore ancora, Petrucci ne è profondamente convinto. «Molti anziani si lasciano andare – dice – e anche quest’estate, come la scorsa, abbiamo avuto un numero di funerali superiore alla media precedente al terremoto. Uno dietro l’altro, è un continuo». 

E chi resiste, invece, come sta?
«C’è un po’ di rassegnazione, perché la gente ha capito che qui c’è un lavoro enorme da fare. Ci dicono di sbrigarci, ma anche noi come Comune facciamo fatica. È difficile affrontare una situazione come questa». 

Ripartiamo dalle macerie. Quante ne mancano da rimuovere?

«Più o meno 130mila tonnellate, ne sono state portate via 200mila. Adesso dovrebbero ricominciare a lavorare».

Perché, si erano fermati?

«Sì, hanno detto che dovevano fare le ferie».

Tutti in ferie e tanti saluti alle macerie?

«Per una decina di giorni sotto Ferragosto».

Ma almeno sapete con chiarezza come e dove ricostruire i vari paesi distrutti, dal capoluogo alle frazioni?

«Ho incaricato le università di Camerino e Roma Tre che ci hanno relazionato su come devono essere i nuovi paesi. Ma al di là di Pescara del Tronto, per la quale sappiamo che non potrà essere ricostruita lì, negli altri casi siamo ancora in mano ai tecnici. La gente ci chiede, ma noi non possiamo dare risposte». 

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Pescara del Tronto è stato il simbolo del terremoto: decine di vittime e paese cancellato. Non sarà ricostruito dov’era, ma avete deciso dove?

«I tecnici hanno proposto tre ipotesi, ma non è semplice scegliere. Ci confronteremo con residenti e associazioni».

E Arquata capoluogo?

«È un centro storico, per cui adesso aspettiamo uno studio più dettagliato dall’Università Roma Tre. Lì non c’è quasi più niente, tabula rasa. A guardarla oggi, si fatica persino a capire come ci stessero tutte quelle case. Va rimesso tutto in piedi, ma vogliamo capire se lo Stato ci finanzierà davvero completamente, anche se i costi dovessero essere alti».

Ma ci sono cantieri di ricostruzione aperti?

«Sì, ma solo alcuni per i danni lievi. Pochi, però. Qualche famiglia sta rientrando, soprattutto nelle frazioni di Spelonga e Trisungo. Le previsioni non sono rosee. Noi con i tecnici che abbiamo non possiamo fare di più. Le pratiche ancora non sono partite. Non si può ricostruire dove e come si vuole: servono perizie geologiche».

Intanto la popolazione di Arquata è dimezzata rispetto al pre-terremoto, giusto?

«Sì, inutile nascondersi. Siamo poco più della metà. Speriamo che gli altri tornino, però se non c’è lavoro è dura».

Beh, la Tod’s c’è.

«Sì, ma è stata l’unica a concretizzare. La domanda è: torneranno le aziende che sono state delocalizzate? È chiaro che si trovano meglio lungo la vallata, ma senza di loro è tutto più complicato. Andrebbero incentivati a tornare».

Come va con il nuovo governo?

«Aspetto segnali. Dopo la visita di Conte, che è venuto qui per un omaggio, non si sono più visti. Li aspetto».