Bologna, 26 febbraio 2020 - Un tecnico ha lavorato oltre 40 ore di fila: "Vai a casa, fatti una doccia e riposa un po’". L’ordine viene eseguito, ma quasi controvoglia. Gli infermieri? "Reperibili 24 ore su 24, un dovere". I medici: c’è una seconda casa nei padiglioni del Sant’Orsola, i divani diventano letti e i caffè si sprecano, perché l’emergenza non dorme mai. Dal Crrem, il Centro di riferimento regionale per le emergenze microbiologiche, alle Malattie Infettive, dal pronto soccorso (pediatrico e generale) alle rianimazioni: cartoline dal Policlinico ‘rivoluzionato’ nei giorni dell’emergenza Covid-19.

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L’ospedale vive e viene modulato e sbalzato dai professionisti per fronteggiare il Coronavirus (video): "La risposta degli operatori è stata straordinaria, tutto il sistema Sant’Orsola ha reagito in maniera incredibile. Ieri eravamo tutti all’opera, senza sosta, sembrava Austerlitz", ci dice Pierluigi Viale, direttore delle Malattie infettive. E il riferimento alla battaglia dei tre imperatori vinta da Napoleone non è casuale: il Policlinico vuole aggredire l’avversario, non subirne l’avanzata. Abbiamo passato una giornata con i medici e gli infermieri in prima linea. Ieri un summit ha cambiato l’organizzazione dell’ospedale. E vi raccontiamo come il Sant’Orsola affronta il Covid-19.

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Pronto soccorso

Fabrizio Giostra dirige la ‘frontiera’ di via Albertoni. Gel per le mani, scritte in italiano e cinese e mascherine sono all’ingresso, "chi ha tosse o raffreddore e febbre le deve indossare". Il triage: dietro la grande vetrata gli operatori in mascherina raccolgono le informazioni. Se c’è un sospetto di sintomi da Coronavirus il protocollo è rigido: seguendo una linea gialla a terra si circumnaviga il triage, si esce dal pronto soccorso e, attraverso l’area ambulanze, si accede a una stanza di ‘sicurezza’. Lì i pazienti vengono svestiti, lavati e ‘isolati’: gli operatori sono tutti dotati di mascherine e dispositivi di protezione individuale che arrivano fino agli schermi per il viso. Nel pronto soccorso c’è una stanza a pressione negativa dove il ‘sospetto’ può essere ospitato. In contemporanea il medico di guardia di Malattie infettive viene allertato e si esegue il primo tampone.

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CRREM

L’acronimo, "mi raccomando, tutto maiuscolo" – dice con una punta d’orgoglio Maria Carla Re, direttore della Microbiologia – è stato forgiato per contrastare l’emergenza carbonchio, anni fa. Tre dirigenti e tre tecnici sono ora al centro del sistema sanitario regionale. "Solo tra domenica e lunedì mattina abbiamo effettuato 500 tamponi", spiega Re. Un lavoro gargantuesco che si somma all’attività ordinaria del laboratorio: test legati ai donatori di organi e trapianti, il controllo-ricerca ad esempio di meningiti, Hiv o altri virus. E ora il Covid-19: "Questa situazione è nuova, non abbiamo alcuna certezza, il virus muta – spiega la professoressa –. E’ un tipo di virus a Rna (la molecola che codifica e regola i geni, ndr ), dunque non corregge i propri errori. Sono virus infedeli, che mutano e infettano, rispecchiando il concetto di salto di specie". Pensiamo infatti all’origine di aviaria, suina e ora questo Coronavirus: non è un caso che Re sia in prima linea con la veterinaria Alessandra Scagliarini sull’approccio OH, ‘One-health’, cioè ‘un’unica salute’ per una visione che leghi uomo, animale e ambiente e possa essere d’aiuto a livello scientifico. Ora alla struttura che si occupa dei tamponi si sono aggiunte un gruppo di segretarie, è stata spostata una persona che normalmente si occupava di Hiv e una dalla sierovirologia.

Malattie infettive

Al padiglione 6 del Policlinico, al piano terra, è stato creato un reparto ad hoc per i casi sospetti. Qui il professor Pierluigi Viale, insieme con Luciano Attard e una squadra composta da medici, infermieri e operatori, avrà a disposizione fino a dieci stanze a pressione negativa: i pazienti sono monitorati con un sistema video, i medici entrano con il massimo della protezione, fra i ricoverati c’è anche un bimbo. I camici bianchi da giorni lavorano senza sosta, ma qualcosa è cambiato nelle ultime ore, tanto che i protocolli sono stati aggiornati: "Non aspettiamo che il virus arrivi a noi, ma andiamo a cercarlo attivamente nei casi potenzialmente sospetti", spiega Viale. Cosa significa? "In Emilia-Romagna ci sono 50-60 polmoniti al giorno. Beh, indipendentemente da tutto, si cerca di capire se fra le cause della polmonite ci sia il Covid-19. E’ uno sforzo enorme, ma anche uno sforzo dovuto: abbiamo imparato la lezione di Codogno". Ergo? I medici di Malattie infettive girano come trottole, fanno tamponi, ricevono chiamate dagli ospedali della provincia. Sono la ‘testa’ della trincea: "All’arrivo in ospedale, in caso di polmonite, si avvia un percorso protetto di imaging, per la radiografia del torace o la Tac. Se emerge un profilo di possibile positivo, si provvede all’isolamento e al tampone". E i tamponi, come spiega Re, sono sempre due, perché uno negativo oggi potrebbe non esserlo domani. "A seconda della difficoltà respiratoria (uno dei dati principali del Coronavirus) si decide se sistemarlo al piano base del padiglione 6 o altrove", conclude Viale.

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Rianimazione

E’ qui che entra in gioco il padiglione 23 (oltre alle terapie intensive ‘standard’), dove ci sono sei posti letto per i casi più gravi. Alcuni possono essere collegati all’Ecmo, la macchina che permette l’ossigenazione extracorporea. Un maxi polmone artificiale che pompa ossigeno ed eventualmente perfonde come una pompa cardiaca. Così è preparato il campo di battaglia contro il Covid-19. Così, ieri, decine di persone sono state salvate e per molte l’incubo Coronavirus è stato eliminato.

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