Bologna, 13 settembre 2019 – «Più che le parole, servono i fatti». Renato Villalta , 64 anni, è un’icona del basket virtussino e italiano. Con la maglia dell’Italia ha preso parte a due edizioni dei Giochi Olimpici: Mosca 1980, quando arrivò uno storico argento; e Los Angeles 1984 , quando il quinto posto finale – negli Usa giocava un certo Michael Jordan – sembrò una mezza bocciatura. Adesso, l’Italia del basket, le Olimpiadi le guarda da lontano (ultima partecipazione, Atene 2004). «Leggo la parola Olimpiadi – dice Renato – e mi fa piacere. Però vorrei che non si trattasse di un semplice slogan elettorale. Si era discusso e ipotizzato, negli anni scorsi, di portare le Universiadi sotto le Due Torri. Non se ne fece più nulla. Il mio, poi, è anche un grido di allarme: si annuncia l’intenzione di organizzare le Olimpiadi 2032 a Bologna e poi si scopre che il Csb (l’ex Cierrebi, ndr) chiude. Pensiamo a salvare quell’impianto, pensiamo alle palestre scolastiche. Solo così possiamo costruire i campioni di domani».

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Come cestista, Villalta ha vinto tre scudetti e due Coppe Italia con la Virtus; con la Nazionale, oltre all’argento olimpico, ha messo in fila l’oro agli Europei di Nantes nel 1983 e due bronzi, 1975 e 1985. «Le Olimpiadi sono belle, sono una vetrina straordinaria . E lo dice uno che è stato a Mosca e a Los Angeles, al culmine della guerra fredda. Con il boicottaggio degli Stati Uniti prima e poi quello dell’Unione Sovietica. Però credo che, oltre a Bologna e Firenze, si debba ragionare in una logica europea. Con i voli aerei, ormai, sei a uno o due ore da qualsiasi posto. Non solo Bologna e Firenze come Italia, ma anche su Napoli e Milano. E coinvolgere Francia, Spagna e Germania. Una visione europeista? Sicuramente sì». Brucia, a Renato, la mancata organizzazione delle Universiadi. «Si è persa una bella occasione – dice –. Anche perché il progetto era interessante. Coinvolgendo tutta la regione e arrivando fino alla Romagna. Ma dalle parole, ora, bisogna passare ai fatti. Avere il coraggio di rischiare e agire. Le parole, da sole, non servono a niente». Fare le Olimpiadi del 2032 a Bologna significherebbe avere la certezza, come paese ospitante, di avere anche l’amato basket.

 

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«Ma io sono uno di quelli che preferisce conquistare l’accesso sul campo – sottolinea –. E poi bisogna pensare a un palazzetto. Amo il PalaDozza che, per me è l’impianto più bello al mondo. Però 5.700 posti, per una finale olimpica, sono pochi. Servono arene da 20-25mila posti. A Los Angeles giocai allo Spectrum, la casa dei Lakers. A Mosca c’erano spazi incredibili». Olimpiadi sì, salvaguardando da subito il patrimonio cittadino. «Al Csb – ripete – si allenano migliaia di giovani. Dove li mettiamo? Poi serve una pista d’atletica. E la palestre delle scuole devono migliorate: è li che nascono i campioni. È lì che formiamo ed educhiamo i nostri ragazzi. Ma dobbiamo trovare il coraggio di investire e passare alla politica del fare. Le Olimpiadi sono un evento straordinario, una vetrina per lo sport. Ma bisogna passare dalle parole ai fatti. E cominciare a lavorare da subito. Salvando la struttura di via Marzabotto».