Da sinistra, Ettore Messina, Alfredo Cazzola e Alberto Bucci
Da sinistra, Ettore Messina, Alfredo Cazzola e Alberto Bucci

Bologna, 11 marzo 2019 - C'è un filo che unisce indissolubilmente lo scomparso Alberto Bucci ed Ettore Messina. Ettore è il vice di Alberto, nella stagione 1983/84, quella culminata con la sera di Milano e la conquista del decimo scudetto, quello della stella. Nel 1993, quando Messina lascia la Virtus, per accettare il ruolo di ct della Nazionale, al suo posto Alfredo Cazzola, allora presidente, sceglie proprio l’amico Alberto per la successione. E nel 1997 – con il breve interregno di Brunamonti – Alberto di fatto lascia il timone proprio a Ettore, che da lì a pochi mesi vincerà non solo lo scudetto, ma anche la prima Coppa dei Campioni.

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Messina, ci ha lasciato un amico.
"Avevo parlato con Alberto tre giorni fa. Sapevo che la situazione stava peggiorando, ma non pensavo che sarebbe accaduto tutto così presto. Ci sentivamo al telefono".

Lei e Alberto arrivaste a Bologna insieme nel 1983 entrambi voluti dall’avvocato Porelli. Bucci head coach, lei vice.
"Per me, che avevo solo 24 anni, fu un impatto molto forte. Venivo da Udine, dove lavoravo con Mangano. Un altro grande tecnico".

Le differenze tra i due allenatori?
"Mangano era più portato a essere ansioso".

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E Alberto?
"Aveva una carica e un entusiasmo straordinari. Contagiosi. Sapeva costruire le squadre, perché aveva la visione di quello che sarebbe accaduto. Ed era dotato di energia e di una grande carica umana. Quelle doti che ha utilizzato per provare a combattere una battaglia ancora più dura".

Insieme in Virtus, poi tante volte avversari.
"Ma era una rivalità sportiva. Una rivalità sana".

Il tenore delle vostre telefonate?
"Amichevole, come sempre. Ogni tanto mi chiedeva una cosa, perché, secondo lui, in questo modo si sarebbe chiuso un cerchio".

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Qual era la richiesta, se è lecito chiederlo?
"Alberto diceva che avrebbe voluto rivedermi in Virtus, come allenatore. Per lui era come chiudere nel migliore dei modi un cerchio professionale e umano».

E lei?
"La richiesta mi colpiva, è chiaro. Ma gli facevo presente che, alla seconda sconfitta, mi avrebbero dato del ‘bollito’. E non avrei più potuto passeggiare per Bologna, che è uno degli aspetti al quale non rinuncerei mai".

Alberto presidente e lei allenatore?
"Immagino che il suo sogno fosse questo".

Il suo capolavoro nel 1984?
"Seppe ricaricare la squadra dopo la delusione della sconfitta interna. Convinse la squadra che si poteva tornare a Milano e vincere ancora una volta. Fu così: arrivò lo scudetto. Però...".

Dica?
"La stella fu una grande vittoria. Ma Alberto ha lavorato bene ovunque, a Livorno come a Pesaro, a Fabriano come a Verona e a Rimini. Un grande allenatore, una grande persona".

IL COMMENTO Un uomo coraggioso - di Angelo Costa