GABRIELE PAPI
Cronaca

Il killer ‘Mingon’ smascherato dalle donne

Aveva raccontato il delitto del conte Neri alla moglie che in seguito strangolerà.

I profili di ‘Mingon’ e degli assassini del conte Neri: un ‘giallo’ di fine Ottocento

I profili di ‘Mingon’ e degli assassini del conte Neri: un ‘giallo’ di fine Ottocento

‘Oh mio Dio, con che uomo mi sono messa’: si confidava così, piangendo, la montianese Virginia Legni all’amica e vicina di casa Rosa Faedi. Virginia era la moglie di Vincenzo Vincenzi, detto ‘Mingòn’, contrabbandiere di Montiano che, nel febbraio 1895, strangolerà la consorte in casa davanti ai figli: sarà arrestato e internato nel manicomio di Imola perché ritenuto ‘pazzo’. Ma ‘Mingòn’, cui piaceva la bella vita e lasciava che fosse la moglie a coltivare il podere di Montenovo non era ‘pazzo’. Abile simulatore, era anche uno degli assassini del conte Neri, avvenuto nel 1889: il più truce delitto della Cesena del tempo. la disperata confidenza della sventurata Virginia è tratta dalla testimonianza di Rosa Faedi, resa all’autorità giudiziaria : fonte importante per squarciare il muro di silenzio e di paura che ostacolava le indagini sull’omicidio del conte Neri. Servirono dieci anni e quattro istruttorie per assicurare agli giustizia gli assassini rimasti a lungo senza volto, anche se una caterva di indizi portava alla ‘squadra di Porta Romana’ (Porta Santi) che in quegli anni terrorizzava Cesena. Ma per mandati di cattura e processo gli indizi non bastano: servono prove, testimoni. Ecco perché la testimonianza di Rosa da Montiano aprì un varco. Riavvolgiamo il nastro di quei terribili eventi. Sera del 20 marzo 1889: il conte Neri mentre torna alla sua villa in via del Monte viene brutalmente assassinato. La notizia corre veloce, giunge anche a Montiano. Virginia Legni confida all’amica Rosa forte preoccupazione: suo marito ‘Mingon’, che sapeva frequentare la squadra di Porta Romana non era tornato a casa. L’avevano messo in prigione? Ma poi ‘Mingòn’ torna e Rosa ha modo d’ascoltare un drammatico confronto, ad alta voce, tra Virginia che chiede al marito dov’era stato e lui che rispondeva con disprezzo: "Ero nel fatto del Conte Neri. Sono un uomo di spirito (d’ardimento). Con i compagni gli abbiamo dato coltellate anche nella lingua…". "Sei proprio un bel vigliacco" rispose la moglie. Passano i mesi: Virginia poi sarà uccisa dal marito, rimasto fuori dalle prime indagini. ‘Mingòn’ temeva che la moglie potesse parlare. Infatti la donna angosciata si era confidata, ma solo con le amiche più care. Al giudice istruttore, cui era giunta voce che donne di Montiano sapessero molte cose, Rosa racconterà precisi particolari sull’omicidio del conte (erano in tre, volevano che Neri firmasse una grossa cambiale per una operazione di contrabbando): poteva averli sentiti solo da Virginia che li aveva appresi dalla boria strafottente del marito. Il mandato di cattura raggiungerà ‘Mingon’ in manicomio: ma il suo interrogatorio rivelerà lucidità e scaltrezza del delinquente. E, prima del processo, una commissione di tre medici giudicherà ‘Mingon’ capace di intendere e volere, malgrado i ‘numeri’ che poi farà durante il processo. Anche un’altra donna di Montiano, Virginia Pollini, racconterà il comportamento violento di ‘Mingòn’ che infine sarà condannato all’ergastolo, con pene esemplari anche per i complici dell’assassinio del conte Neri. Quando a Rosa Faedi fu chiesto di ribadire la sua testimonianza lei confermò dicendo: "Non voglio finire all’inferno. Ho detto solo quello che sapevo".