
di Elide Giordani
"Dal 4 ottobre vado in pensione. Quel giorno sarò qui per salutarvi". Che il dottor Massenzio Montalti, dopo 43 anni da medico di famiglia a San Carlo, venisse salutato con il rimpianto che si riserva ad un punto di riferimento che viene a mancare era scontato. Che si siano presentati in 300, però, è stata la dimostrazione di un sentimento corale che è andato al di là della riconoscenza. Sono arrivati alla spicciolata e hanno tenuto campo davanti all’ambulatorio di via Castellucci dalla mattina al primo pomeriggio, fino a quando anche il sindaco Enzo Lattuca è arrivato, con sua grande sorpresa, a porgergli un saluto. In mezzo, commenti, ricordi, rimpianti e qualcosa di buono da mangiare appositamente predisposto perché la convivialità si sposasse con un addio non troppo brusco. Figlio di mezzadri, diplomato brillantemente all’Agraria prima di intraprendere gli studi di medicina ("I figli dei contadini non erano destinati al liceo…), il dottor Montalti ha attraversato oltre 40 anni di cambiamenti di una professione che, all’origine, investiva tanto sul rapporto umano con i pazienti, che oggi riversano le loro aspettative più sulla tecnologia che sull’occhio clinico del dottore. Ma ha avuto anche il tempo di impegnarsi in ruoli politici nella comunità dove è nato e cresciuto, è stato infatti segretario della sezione locale della Democrazia Cristiana. Dottor Montalti, come ha salutato i suoi pazienti?
"Li ho ringraziati per avermi aiutato a crescere e a migliorare il servizio, nel quale ho cercato di dare il meglio di me stesso e il massimo della mie energie. Nell’ambito della salute non si può pensare di avere l’impossibile, ma l’ottimismo e la fiducia non devono mai venir meno. Da parte loro mi hanno riempito di regali e messaggi, e augurato di mantenermi in salute e godermi la pensione".
Sono questi i suoi progetti? "Beh, per il momento lavoro ancora, benché in libera professione. Aspetto, come prima, chi ha bisogno. Ma farei di più, anche gratuitamente, se le regole me lo consentissero, poiché ancora un medico che mi sostituisca non c’è e i miei pazienti sono dovuti migrare nei paesi vicini. E’ un problema molto serio".
Cosa le lasciano questi 43 anni di servizio a San Carlo?
"Ho seguito tante vite, dalla nascita ad oggi. Ho ricevuto segnali di gratitudine immensi. Ci siamo parlati quasi sempre in dialetto, che ha espressioni che l’italiano non può tradurre. Cun te l’era divérs, mi dicono. Ma ci sono state anche storie tristi poiché la medicina non dà l’immortalità. Quella che mi ha segnato di più è stata la morte di un cugino, morto di cancro a 26 anni". Il segno dei limiti della medicina?
"Mi sono sentito sconfitto. Abbiamo lottato e sperato ma, alla fine, abbiamo dovuto alzare gli occhi al cielo".
Lei è un uomo di fede?
"Si, e mi ha aiutato moltissimo. Non a subire il destino, ma a infondere la speranza. I messaggi positivi non eludono il dolore e la morte, aiutano nel percorso verso l’ineludibile".
Dunque, chiuderà mai bottega definitivamente?
"Lo dovrò fare, oggi mi basterebbe poter continuare a fare le prescrizioni in attesa di chi mi succederà. Che per il momento non si vede poiché tutti i medici disponibili sono andati altrove, dove il lavoro è meno stressante, e questa è diventata zona carente".
Cosa chiede lei al suo medico di famiglia?
"Di impiegare la dimensione umana, prima di tutto".