L’infettivologo dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Marco Libanore
L’infettivologo dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Marco Libanore

Ferrara, 29 aprile 2020 - Più che la presenza dell’antigeno della malaria fra la popolazione ferrarese, pensa che la bassa contagiosità derivi da più fattori e al riguardo avrebbe di recente redatto uno studio scientifico sul quale mantiene stretto riserbo. L’infettivologo dell’ospedale di Cona Marco Libanore parla al Carlino e cerca di fare un po’ di chiarezza sulla malattia, dando anche qualche speranza.

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Partiamo dai dati: a che punto stiamo con i contagi?
"Il lockdown sta dando i suoi effetti positivi. Fra i pazienti ricoverati, negli ultimi giorni, abbiamo trovato solo un caso positivo".

Stiamo migliorando, dunque .
"Non mi faccia dire quello che non sono in grado di dire. Certo è che da noi i contagi, rispetto a città dell’Emilia-Romagna come Reggio Emilia, sono molto più bassi".

Perché, secondo lei?
"Credo che le cause dipendano da diversi fattori".

Ce ne elenchi qualcuno.
"Il primo caso positivo lo abbiamo registrato il 6 marzo, a soli tre giorni dall’arrivo del lockdown. E questo ci ha aiutato. Il secondo, ritengo sia collegato con la decisione, molto opportuna, di aver chiuso l’università. Nonostante qualche movida avvenuta in concomitanza con lo scoppio della pandemia, penso che questo abbia stoppato gli assembramenti".

E poi?
"Non siamo posizionati sulla Via Emilia, e la nostra collocazione, in questo caso, ci ha protetto. I primi casi di positività che abbiamo avuto a Cona sono stati tutti centesi. E Cento, con Ferrara e Argenta è fra i tre comuni che registra più contagi. Questo dipende dal fatto che quei residenti gravitano sul Bolognese e sul Modenese, territori molto colpiti".

Argenta, invece?
"Anche in quell’area c’è molto pendolarismo, specie con il Bolognese e questo ha fatto si che il numero dei contagiati sia stato alto rispetto al numero di residenti".

Malaria nel Ferrarese e sviluppo, nel tempo, dell’immunità collettiva, cosa pensa?
"Penso che coloro che potrebbero aver sviluppato l’antigeno della malaria, visto che parliamo di una situazione degli anni Cinquanta, siano persone molto anziane. E poi l’Africa ci dice qualcosa: là la zanzara della malaria c’è ancora ma la popolazione africana sta molto soffrendo per il coronavirus e questo vuol dire che non ha sviluppato un’immunità".

Cosa ci ha aiutato, allora?
"Anche il fatto che il virus non è sceso da Nord. Quanto fatto nel Veneto, e cioè l’aver iniziato fin da subito a fare tamponi a tappeto, per capire il livello di circolazione del virus ha permesso di individuare, come è successo a Vo’, quelle 89 persone che, nonostante fossero, asintomatiche, o con pochissimi sintomi, avevano il virus e dunque potenzialmente l’avrebbero potuta diffondere ancora di più".

Dunque fare lo screening serve.
"Serve per testare la circolazione della malattia. Serve per captare coloro che anche se non hanno sintomi, hanno comunque contratto il virus. Bisognerebbe, sopratutto negli ospedali e nelle altre strutture sanitarie, fare il tampone a tutti ma questo è un lavoro immane".

Ma il contagio quando avviene?
"Non ci sono ancora degli studi certi ma è chiaro che i primi due giorni antecedenti alla manifestazione dei sintomi sembrano il momento più contagioso della malattia".