Ferrara, traffico in via Bologna (foto Businesspress)

Ferrara, 12 ottobre 2018 -  L'inferno di ogni automobilista risponde al nome di via Bologna. Ogni semaforo (sei per l’esattezza, se si parte dalla rotonda di via Kennedy e si punta dritto a quella di via Beethoven) è un cerchio dantesco, con pene esemplari. Tra i quindici e i venti minuti minuti buoni per percorrere meno di un chilometro e mezzo, salvo – come diceva il buon Fantozzi – tragici imprevisti. Uno, il più temuto, risponde al nome di ‘passaggio a livello’. Ma a quello ci arriviamo dopo. La partenza, come detto, è fissata dalla rotonda di via Kennedy: nemmeno cinquanta metri e siamo già fermi. Semaforo rosso ancor prima del ponte sul fiume. Oltre venti secondi di stop, poi prima dentro e via. Ma l’attraversamento del canale rimane un miraggio: sopra alla struttura c’è il secondo semaforo rosso, da un’altra decina di secondi.

Il verde ci permette di ingranare, per la terza volta, la prima marcia ma è solo un’illusione: la discesa non è ancora finita che incappiamo nel terzo semaforo. Una maledizione. E non è tutto. Lo stop all’altezza delle Poste è la prima grande trappola: se si è sfortunati, infatti, si può incappare nella fermata dell’autobus, disegnata al centro della corsia. O ci si ferma con il semaforo, dunque, o incolonnati dietro al bus che assorbe e rigetta cittadini e turisti. Proseguiamo, già affaticati, fino all’intersezione con via Argine Ducale. Un altro stop, se possibile, ancora più lungo. Oltre quaranta secondi fermi, con una fila di auto che man mano cresce, complice l’inserimento di mezzi da via Fabbri e dalla stessa piazzetta delle Poste.

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Non siamo nemmeno a metà percorso e già se ne sono andati quasi sette minuti. Poi, come d’incanto, l’asfalto sembra diventato nostro amico. Il ‘serpentone’ di auto sfila veloce per qualche isolato, ma è l’ennesima illusione di questa maledetta via. All’altezza della chiesa della Sacra Famiglia siamo nuovamente abbagliati dalla luce rossa degli ‘stop’: in lontananza prende forma il mostro chiamato ‘passaggio a livello’. È dopo l’ennesimo semaforo, quello con via Foro Boario, in cui il rosso dura un’altra quarantina di secondi. Ma il traffico è già in tilt. Il segnale acustico dell’arrivo del treno mette i brividi e le sbarre, che si abbassano piano piano, hanno il sapore della sentenza. Quattro minuti e mezzo per un convoglio da due vagoni. Duecentosettanta secondi a fissare un binario vuoto, con il traffico che aumenta e la pazienza che svanisce.

Poi anche l’Orient Express della Bassa se ne va e si ingrana, nuovamente, la prima. Siamo stati sfortunati a intercettarlo? No, perché lo spettacolo del treno – come amavano definirlo i compagni di Renato Pozzetto ne ‘Il ragazzo di campagna’ – va in scena, in media, ogni quarto d’ora. Noi, però, non attendiamo il ritorno e proseguiamo verso l’ultimo grande intoppo: il semaforo di via Aeroporto. È più di un quarto d’ora che siamo in auto e ancora via Beethoven non è raggiunta. Poi, come per magia, anche quella lingua d’asfalto arriva. Dopo quattordici incroci, sei semafori, il passaggio a livello e diverse fermate degli autobus. Oltre l’inferno dicono ci sia il Purgatorio ma, per gli automobilisti, la rotonda di via Beethoven ha tutto l’aspetto della porta del Paradiso.