Ferrara, 1 novembre 2018 - «Il mio assistito ribadisce di non essere testimone oculare dell’omicidio né di aver mai ricevuto, fuori o dentro il confessionale, confidenze da testimoni diretti del fatto; tant’è che all’epoca non fu mai sentito come persona informata sui fatti». Con una lunga nota, l’avvocato Milena Catozzi cerca di allontanare don Tiziano Bruscagin, ex parroco di Goro oggi indagato nell’inchiesta per l’omicidio di Vilfrido Willy Branchi, da quella che lei stessa definisce una «gogna mediatica» a carico dell’unico che «ha aiutato nelle indagini». La presa di posizione del difensore del sacerdote arriva a una manciata di giorni dalla divulgazione dell’ultima svolta sul delitto del 1988.

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Era il 30 settembre quando il corpo di Willy, 18 anni, fu trovato sull’argine del Po alle porte di Goro, nudo e con il volto massacrato dai colpi di una pistola da macello. Un omicidio efferato che, da allora, è ancora senza un colpevole. Ma nel 2014 la procura ha riaperto il caso dopo alcune dichiarazioni rilasciate dal don al nostro giornale. All’epoca, lo ricordiamo, la prima persona indagata fu proprio l’ex parroco. Poco dopo, don Tiziano uscì dall’indagine ma ora, a seguito dell’opposizione all’istanza di archiviazione, il sacerdote è finito di nuovo nei guai. E per lo stesso reato: false informazioni al pm.

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L’ex parroco rimane chiuso nel silenzio e affida la sua versione al difensore. «La decisione di avvalersi della facoltà di non rispondere – chiarisce Catozzi – è stata una scelta obbligata dalla mancanza di un quadro completo delle fonti di prova sulla base delle quali è stata a lui formulata una contestazione di reticenza nelle dichiarazioni rese al pubblico ministero. In tale contesto – prosegue il legale – ho suggerito al cliente di avvalersi di questa facoltà, onde evitare altri fraintendimenti che riteniamo vi siano stati nel corso delle indagini, sia nel 1988 che nel 1996 (l’anno dell’inchiesta di iniziativa dell’Arma, finita poi in un cassetto, ndr).

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L’avvocato prosegue spiegando che il suo assistito «ha parlato a lungo con gli inquirenti e ha riferito tutto ciò che sapeva in merito all’atroce omicidio del povero Willy. Spiace constatare che la famiglia individui in lui il colpevole del mancato ritrovamento dell’assassino laddove, al contrario, ciò è dipeso dalla carenza e lacunosità delle indagini effettuate negli anni successivi». Inoltre, il ricordo del prete «è oggi quello di una persona di quasi ottant’anni: non più nitido come trent’anni fa». Catozzi conclude dicendo che il più grande «rammarico» di don Tiziano è quello di essere processato pur essendo «l’unico che ha cercato di aiutare le indagini. Indagini che si stanno arenando solo sulla sua persona in base a sospetti privi di fondamento», lasciando la verità «in secondo piano e sempre più lontana».