WILLY-D_WEB
WILLY-D_WEB

Goro (Ferrara), 3 maggio 2016 – «Lo sa quanti ragazzi all’epoca sono stati violentati dai pedofili e oggi non parlano? Tanti, mi creda. Qui, tra Goro e Gorino, quei maledetti hanno fatto un macello...». Chi parla, quell’inferno che sta emergendo dall’inchiesta sull’omicidio di Vilfrido Willy Branchi (29 settembre 1988), l’ha toccato con mano. Ma ha avuto la forza di reagire e la fortuna di uscirne indenne.

Quello che oggi è un uomo maturo, all’epoca era un ragazzetto come tanti. «Ti compravano con soldi o una maglietta – racconta guardandoti fisso negli occhi –, a volte qualche minore veniva portato ai lidi o in città a fare shopping per poi subire le violenze». Così accadde anche a lui.

«Uno di quelli (fa nome e cognome, ndr) mi invitò a cena. Io avevo 15 o 16 anni. Mi disse che mi avrebbe fatto regali, un profumo, 50mila lire. E poi cominciò ad allungare le mani, a toccarmi».

Il modus dei perversi era sempre, schifosamente, lo stesso prima di soddisfare i propri piaceri con i ragazzini, molti dei quali deboli, inermi.

«Ma io rifiutai – riprende –, non volevo mi toccasse e minacciai di dire tutto ai miei. Così mi portò a casa e mi lasciò in pace».

Non con Willy, non con tanti altri . «Li aspettavano fuori dal bar, li adescavano – ricorda ancora – e li portavano dove volevano. Li violentavano in campagna, dove non potesse vederli nessuno».

«Ci giocavano». Il volto quasi si illumina quando si parla di Vilfrido.

«Un ragazzo fantastico, tutti gli volevano bene. Era molto ingenuo e ciò l’ha pagato a caro prezzo. Quelli approfittavano di lui, ci giocavano (fa altri nomi, ndr)». Gente perversa, alcuni insospettabili, «personaggi conosciuti all’epoca e tutti con molti soldi».

«Willy girava sempre con il portafoglio pieno e gli piaceva vestire alla moda. Ma come faceva a permettersi questo? Lui non ne parlava mai, era riservato e diceva che quei regali arrivavano dalla zia».

Il giro di pedofili «in quegli anni era grandissimo», oggi «esiste ancora ma ce ne sono molti meno».

Il mondo è cambiato, dice, «all’epoca era quasi una normalità e c’era meno timore di essere scoperti». Così succedeva – come ha raccontato una delle vittime alcuni giorni fa al Carlino – che qualche ragazzino venisse abusato per 5mila lire, «mi portava a pranzo a casa sua»; che qualche sera non tornasse nemmeno, e che i genitori non andassero a denunciare quei fatti in caserma, «e cosa ci andavo a fare?».

Paura delle conseguenze, vergogna del paese, impotenza perché il mondo di chi era più debole girava in quello squallido modo.

«Il delitto di Willy – chiosa il testimone, uno dei pochi che ha trovato la forza e il coraggio di parlare nell’omertà generale – è come un delitto di mafia». Dove tanti sanno ma nessuno fiata. Ci si nasconde e ci si copre l’uno con l’altro. Prima di congedarsi, l’uomo lancia un chiaro messaggio: «Quel corpo è stato lasciato sotto il cartello di Goro non per caso: quella era un’infamia per l’intero paese». Che ancora oggi, 28 anni dopo, si porta dietro.