La riesumazione di Willy Branchi (Foto Businesspress)
La riesumazione di Willy Branchi (Foto Businesspress)

Ferrara, 5 marzo 2019 - «Dicevano, ascolta, ascolta...che quel ragazzo lì, essendo non normale, essendo non normale... non era uno normale. Gli davano le bustine da dare in giro e dopo lì è successo quello che è successo». Quel ragazzo «non normale» altro non era che il povero Willy Branchi, 18 anni, ucciso come una bestia e lasciato sull’argine del Po a Goro la notte del 29 settembre 1988. Chi parla ora è uno dei cinque indagati (il sesto è già a processo) per aver detto il falso nell’inchiesta riaperta sull’omicidio: Rodrigo Turolla, sarto di Goro, l’ultimo, assieme alla moglie, a finire nei guai. E quella lunghissima chiacchierata – due ore – risale alla primavera 2015 quando si trovò con don Tiziano Bruscagin, ex parroco di Goro e indagato ben due volte, nella sala d’attesa della procura, entrambi prima di essere sentiti come testimoni, ma ignari di essere ‘ascoltati’.

«Non farti incastrare dai giornalisti», chiosa subito il prete la cui intervista al nostro giornale, dove fece nomi e cognomi dei presunti responsabili e di un testimone oculare (proprio Rodrigo Turolla), l’11 novembre 2014 permise alla procura di riaprire l’inchiesta. Poi lo invita a stare «attento con il telefono. A non parlare mai». Perché loro, pm e carabinieri, ascoltano e «sanno la verità». Una verità «sconvolgente». Ma del resto «cosa vuoi vedere tu che eri a dormire quella notte», si premura di riferire don Tiziano, dando del «vigliacco» al giornalista quasi per pulirsi la coscienza.

Il discorso prosegue e tra uno «stai zitto perché devo tutelarmi io» del sacerdote, e un «di quel ragazzo non normale» ripetuto ben 9 volte nella mattinata in procura, Turolla parla di una lettera recapitata a casa del presunto omicida e riferitagli da una parente stretta di quest’ultimo. «...è venuta a casa mia a dirmi che quando è morto, ha trovato una lettera che dice che è stato lui. Ma io non glielo dico mica (agli inquirenti, ndr), non voglio mica immischiarlo. Che non mi denuncino». Poi Turolla indica il soffitto della saletta, forse sapendo di essere intercettato, mentre il don estrae il telefono e ricorda di non farne uso. Ma tra i tanti spunti finiti sul tavolo del pm Andrea Maggioni, c’è soprattutto quella della «motorella», indicata dal sarto, ovvero il mezzo con cui Willy sarebbe stato trasportato da via Buozzi, luogo dell’aggressione, al Po. «Un’altra donna è venuta a casa a dire che lui (Willy) è stato caricato...». «Caricato?», chiede Bruscagin. «Su una motorella e che la moglie di questo (del presunto omicida) e non faccio il nome... e che questa della motorella, ha voluto che la portassi via. Non voleva più vederla a casa. Vuol dire che lo avrebbero caricato dopo su una motorella». La motorella sarebbe diventata troppo scomoda e «non la voleva più...».