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17 mar 2022

Dai fossili di Gombola il ritratto dell’ittiosauro

I ricercatori Unimore ricostruiscono il muso del rettile marino preistorico: "Aveva denti poderosi". L’Appennino era sommerso dal mare

Oggi l’avremmo chiamato il ‘Mare del Frignano’, nelle cui acque profonde oltre tre mila metri, milioni di anni fa, si muovevano giganteschi rettili marini. Non mancano testimonianze concrete. Resti frammentari sono stati trovati , cosa rara, in più località della nostra montagna. Era ora sono arrivate notizie interessanti sui fossili di ittiosauro ritrovati a Gombola di Polinago, grazie a uno studio appena pubblicato sulla rivista internazionale Cretaceous Research, curato dal dottor Giovanni Serafini e dal profesor Cesare Papazzoni di Unimore, e frutto della collaborazione con la professoressa Eliana Fornaciari dell’Università di Padova e la dottoressa Erin Maxwell del Museo di Storia Naturale di Stoccarda.

Gli ittiosauri erano rettili marini, perfettamente adattati alla vita acquatica, che popolavano gli oceani nel Mesozoico, l’era nella quale i dinosauri occupavano tutti gli ambienti continentali. "Erano come i cetacei di oggi – spiega il prof Papazzoni – trascorrevano l’intera vita in mare pur essendo animali terrestri, respiravano aria con i polmoni come le balene e i delfini e avevano la forma di un tonno". Il nuovo studio ha preso in esame reperti trovati nella seconda metà dell’800 nei dintorni di Gombola, facente parte delle collezioni storiche dell’Ateneo, e uno conservato nel Museo civico ’Augusta Redorici Roffi’ di Vignola, rinvenuto nel 2016 dal signor Sauro Manzini. L’analisi dei microfossili trovati nei frammenti di roccia aderenti ai resti ossei ha permesso per la prima volta di arrivare alla datazione di uno dei frammenti all’intervallo Albiano-Cenomaniano (113-94 milioni di anni fa), ovvero alla parte più recente della distribuzione temporale degli ittiosauri, subito prima della loro estinzione avvenuta circa 94 milioni di anni fa. I reperti, tutti frammenti del muso, sono caratterizzati da numerosi e robusti denti conici e sono stati studiati con una tecnica non invasiva, la tomografia assiale computerizzata (Tac), eseguita grazie alla collaborazione fornita dall’ospedale Sant’Agostino-Estense di Baggiovara.

La Tac ha permesso di visualizzare la struttura interna dei fossili, rivelando dettagli anatomici altrimenti invisibili: l’ittiosauro aveva numerosi e forti denti, sono stati ricostruiti digitalmente i canali del nervo trigemino all’interno dell’osso di mascella e mandibola, un carattere poco conosciuto negli ittiosauri, specialmente nella parte anteriore del muso, e che si ipotizza potesse avere funzioni sensoriali. Poi è stato possibile studiare la sostituzione dei denti, che avveniva in posizioni alternate, coinvolgendo un dente sì e uno no, forse per mantenere la capacità di mordere anche durante il ricambio della dentatura.

Walter Bellisi

© Riproduzione riservata

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